La smorfia

Parlare ‘all’italiana’ vuol dire, per i locali, parlare con le mani, con una gestualità esplicita fino ad essere eccessiva, coreografica fino a diventare caricaturale.

L’archetipo dell’espressività nostrana è da cercarsi nel gesto che accompagna la frase ‘ma che cavolo dici ?!’. La mano chiusa con quattro dita opposte al pollice che vanno su e giù è il nostro marchio di fabbrica e il modo per riconoscere nella folla un Italiano a Parigi. Sarà.

Ovviamente parlare con le mani è segno di una certa qual volgarità: Carlà insegna e noblesse oblige. I parigini tengono le mani in tasca o le braccia conserte, il galateo lo conoscono a memoria.

Ma è proprio così?

A dire la verità, e potrei sfidare anche i francesi posh del XVI arrondissement, i gesti si fanno anche qui. Il dito medio è un passe-partout universale per esempio. Il gesto ‘dell’ombrello’ anche.  Ma la Francia ha anche delle proprie specificità, dei gesti ben codificati che da noi non vorrebbero dire nulla.

Un amico alticcio sarà deriso con la mano chiusa che ruota sulla punta del naso.

Prendere una ‘fregatura’ sarà indicato con il palmo di una mano che picchietta sull’altra chiusa in un pugno.

Ma il gesto, o meglio la smorfia, che caratterizza meglio la gente di Francia, l’equivalente del nostro ‘che dici?’, è lo sbuffo. Sbuffare è un’arte sopraffina. Un’eredità millenaria scritta nel codice genetico. Un tratto distintivo imprescindibile. Non è il nostro sbuffo di impazienza o di noia, questo è lo sbuffo dell’indifferenza, della noncuranza, dell’impassibile superiorità. Vuole dire ‘chissenefrega’ o ‘non mi interessa’ o ‘non ci faccio caso’. I tentativi per riprodurre lo sbuffo, per chi non è né imitatore né rumorista, saranno quasi sicuramente fallimentari: non basta mica sbuffare! Bisogna storcere la bocca da un lato e fare un impercettibile sbuffetto, a volte sonoro (tipo mini pernacchia), della durata di  un instante.

Uno sbuffo fatto male sembrerà ridicolo e fuori luogo. Meglio non improvvisare.

Ehhhhppppfffffffrrrrrrrrrr