Cristiano
Sabbatini
La vita
Cristiano Sabbatini è nato a Roma il 14 giugno del
1977 e, al termine di una lunga esperienza maturata nella
pubblica amministrazione, si è laureato in Scienze
politiche presso la Terza Università di Roma.
Nel 2004 vince il concorso "Romanzo
Collettivo" indetto dalla Terza Università
degli Studi di Roma.
Nel 2005 progetta e realizza - con la collaborazione della
casa editrice Edizioni
Socrates - il “Circolo letterario Bel-Ami”:
un'associazione senza fini di lucro ideata con lo scopo di
riscoprire la letteratura del passato, individuare nuovi talenti
e incentivare lo scambio culturale.
Nel 2006 presenta il progetto editoriale denominato “Il
Pendolo” e ne affida la realizzazione ai soci del
Circolo letterario Bel-Ami. "Il Pendolo" è
una rivista trimestrale gratuita concepita con il duplice
scopo di affrontare tematiche di approfondimento nell'ambito
della letteratura, teatro, cinema, arte e musica nonché
offrire agli studenti universitari e laureati la possibilità
di ampliare il proprio know how nel campo dell’editoria
mediante periodi di stage di durata variabile.
Nel 2008, insieme a tre soci del Circolo letterario Bel-Ami,
fonda la Bel-Ami
Edizioni.
Ipse dixit: "Quando essere figli
di un dio comporta togliere la vita ad altri essere umani,
ciò in cui crediamo non è una fede ma un pretesto".
E-mail: c.sabbatini@bellami.it
Sito: www.baedizioni.it
L'ultimo bicchiere
Cristiano Sabbatini
Sincerità è versare poche gocce d’arsenico
in mezzo bicchiere d’acqua e offrirlo alla signora Amicizia.
Amicizia: «...è facile predicare il
verbo basta essere sicuri di ciò che si vuole. Essere
amici significa proprio essere sinceri.»
Sincerità: «Ne sei sicura?
Ma chi ha il coraggio di dire veramente ciò che pensa?»
Amicizia: «Io, dico ciò che
penso.»
Sincerità: «Non credo: se così
fosse resteresti sola. Chi di noi vuol sapere ciò che
gli altri pensano realmente di noi stessi? Io lo voglio sapere?
Tu lo vuoi sapere? Le persone fanno la fila per (di)mostrarsi
sincere ma la verità è tutt’altra.»
Amicizia: «Cosa siamo allora, se non
possiamo essere sinceri?»
Sincerità: «Ci piace cullarci
della speranza che gli altri abbiano una buona immagine di
noi perché abbiamo paura di restare soli. L’amicizia
è una trama apparentemente fitta ma profondamente vulnerabile
a contatto con le affilate lame della sincerità.»
Amicizia: «Ma se ognuno fosse sincero
non sarebbe tutto più semplice? Non capisco.»
Sincerità: «Se ognuno di noi
dicesse esattamente ciò che pensa dell’altro,
se ognuno di noi esprimesse i propri pensieri senza paura
dei contraccolpi, se ognuno di noi fosse sincero innanzitutto
con sè stesso, beh, non vi sarebbero due soli amici sulla
faccia della terra.
Adesso bevi.»
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Lo specchio
Cristiano Sabbatini
«Secondo te come sto?»
«E che ti devo dire?»
«Dimmelo, come sto?»
«D’accordo, prima però posso farti una domanda?»
«Certo»
«Quanto sei alta?...»
«Boh, un metro e 65 circa perché?»
«…e quanto pesi?»
«52 kg…»
«… e ti sei messa i pantaloni a vita bassa!»
«Si, ma…»
«…e per di più bianchi!?!»
«Che c’è di male? Vanno di moda!»
«Anche il piercing va di moda ma sul tuo ombelico scomparirebbe»
«ma vaff…».
«Secondo me con quel sedere e quei pantaloni bianchi potresti lavorare a Ostia.»
«A fare?»
«Con il riflesso della luna indicheresti alle navi l’entrata al porto.»
«Sai che potrei spaccarti la faccia?»
«Si, ma non lo farai»
«E perché? »
«Perché sarebbero sette anni di sfortuna!»
Concorso
"Romanzo collettivo"
Cristiano Sabbatini
L'INFERNO DEGLI ESAMI
(Il testo in corsivo rappresenta
la traccia vincolata del Concorso)
Ikeda Hiro, un quasi diciottenne
pacioccone e occhialuto, fissava
l'elenco appeso al cancello del
Campus di Komaba.
Una sfilza di quattromilaottocentocinquantasei
nomi. Ma il suo non c'era. Non era
stato ammesso a Todai, l'Università
di Tokyo. Per dieci minuti buoni
restò lì paralizzato
dallo shock, tra le centinaia di
altri studenti con indosso le uniforme
scure degli istituti superiori e
delle scuole di ricupero. Chi piangeva
in silenzio, chi si abbracciava
e improvvisava balletti. Era come
se un angelo fosse sceso dal Cielo
per dispensare a qualche anima fortunata
la promozione al Paradiso e condannare
i restanti all'Inferno. L'inferno
degli esami. Perché chiunque
fallisca quella prova e non intenda
rassegnarsi a un ateneo minore,
diventa un ronin, un "samurai
senza padrone", e trascorre
l'anno (o gli anni successivi) a
prepararsi per ritentare. - Essere
un ronin vuol dire studiare ogni
giorno, mattino pomeriggio e sera,
senza mai poter uscire. Uno strazio
- dichiara Hiro. - Come farsi vampirizzare
la vita.
Hiro aveva frequentato il suo primo
corso di ricupero durante l'ultimo
anno delle superiori. Fino ad allora
non aveva mai baciato una ragazza,
non aveva bevuto birra se non in
rarissime occasioni e aveva sempre
impiegato il tempo libero a giocare
con il computer (dove era imbattibile)
o a costruire modellini di navi
militari, soprattutto della Seconda
Guerra Mondiale. Tutti svaghi innocenti
che ora bisognava accantonare. Suo
padre, impiegato in una importante
azienda elettronica, e sua madre,
casalinga, da sempre speravano di
mandarlo alla Todai.
Lui si era dimostrato un buon allievo
e gli insegnanti stessi lo avevano
incoraggiato a proseguire gli studi.
Ma per provarci davvero bisognava
investire almeno un milione di yen
in corsi di recupero. E se non ce
l'avesse fatta? In quel caso i sogni
di un'altra famiglia di periferia
sarebbero colati a picco come una
delle sue corazzate in miniatura.
Hiro chinò la testa e cominciò
a dirigersi verso la bicicletta,
sua compagna inseparabile da anni,
che l’avrebbe riaccompagnato
a casa come infinite altre volte
in passato. La bicicletta era appoggiata
ad un albero. Non l’aveva
neanche legata, tanta la fretta,
il desiderio di scoprire quei risultati.
La ruota inclinata su un lato e
quel fanale che fissava le radici
sembravano quasi non avere il coraggio
di incrociare il suo sguardo miope.
Si fermò per un attimo e
cambiò direzione. Decise
di lasciarla dov’era.
Non seguiva un percorso preciso.
Gli sguardi che incontrava sembravano
attraversarlo come la luce opaca
che attraversa un foglio di carta
dipinto con il succo di limone.
Nella sua testa solamente l’immagine
di quella interminabile lista letta
e riletta almeno dieci volte e ogni
volta come la precedente il suo
nome non c’era. Non ricordava
le facce, non ricordava le lacrime
o gli abbracci. Solamente un vuoto:
lo spazio bianco tra quei due nomi
che, in ordine alfabetico, erano
uno prima e l’altro poi. Era
l’estate del 1999.
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