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Anna Rita LongoAnna Rita Longo

La vita

Anna Rita Longo nasce a Galatina (Le) il 16 maggio del 1976 e da allora vive a Galàtone (Le) dopo una pausa triennale trascorsa tra Pavia e Milano.
Si laurea in lettere, indirizzo classico, presso l’Università degli studi di Lecce e si specializza, presso l’Università di Pavia, nell’insegnamento delle materie letterarie e della lingua e letteratura latina e greca. Nel frattempo inizia la sua attività di insegnante nelle scuole secondarie della provincia di Milano, sforzandosi di essere, per i propri alunni, insieme docente e testimone dell’amore per la letteratura che da sempre la caratterizza. Ritornata nel Salento, è attualmente dottoranda di ricerca in “Filologia e letteratura patristica, medioevale e umanistica” presso l’Università degli Studi di Lecce.

La forza creatrice e comunicativa del linguaggio è da sempre al centro dei suoi interessi e di qui la grande passione per la letteratura, il teatro, il cinema e i codici linguistico-espressivi da essi adoperati e il desiderio di preservare il ricordo delle grandi opere del passato e della contemporaneità, che oggi hanno ceduto il posto ad una massa informe che ha origine nella mercificazione della cultura.
Nel frattempo si trova talvolta a scrivere delle piccole “nugae”, abbozzi di scrittura creativa che non hanno la pretesa di essere altro che la testimonianza di una passione.

Ipse dixit: "La letteratura parla dell’uomo. Dove esso è assente non c’è letteratura"
E-mail: arlong@libero.it

I libri delle biblioteche

Anna Rita Longo

I libri delle biblioteche sono diversi da tutti gli altri. Nati per passare di mano in mano, sono come la vera letteratura: di tutti e di nessuno; nati per girovagare sono gli ultimi rapsodi di questa contemporaneità priva di radici. Non c’è lettore che non lasci nulla al libro che ha letto: a volte è solo l’angolo della copertina un po’ ripiegato all’esterno, altre un’apertura un po’ troppo accentuata nella pagina che più si è riletta, i più temerari osano una sottolineatura furtiva o un appunto, talvolta sbiaditi da un tentativo di cancellatura, a volte è solo il persistere di un profumo oltre la presenza di chi lo emanava. Per questo i libri delle biblioteche hanno sempre qualcosa in più di tutti gli altri: ad ogni successiva lettura si arricchiscono di vita, che cedono, con generosità, al nome successivo nel registro dei prestiti.

La prima volta che lessi Le affinità elettive fu proprio nel libro di una biblioteca e non c’è edizione in commercio che possa restituirmi il piacere di quella lettura che era nel contempo mia e di tutti coloro che l’avevano intrapresa prima di me. L’edizione era, mi pare, degli anni Cinquanta, un volumetto in sedicesimo, spesso e pesante il giusto per poterne avvertire tra le mani la presenza senza che fosse invadente. La copertina di similpelle marrone era l’esito di una recente rilegatura, che lo irrigidiva un po’, ma lo rendeva dolce al tatto; le pagine friabili e ingiallite, coperte di caratteri desueti, grandi e poco fitti, che facevano pensare non all’editoria ma alla stampa. Si trattava di un libro che la biblioteca aveva ricevuto in dono e che proveniva dalla collezione di una lettrice che l’aveva firmato. Alla prima apertura mi sorpresi a speculare su quella calligrafia puntuta e irregolare. Mi ricordo una “A” maiuscola, troppo diritta per il resto della firma che era inclinata a destra, con un ricciolo fastidioso da vedere su un lato, un artificio che suonava falso, che sembrava voler mascherare la calligrafia stentata, la poca abitudine alla penna. Non era la scrittura di una persona colta. Chi mi aveva preceduta aveva sottolineato qua e là qualche parola: talvolta ne comprendevo il motivo, altre volte esso mi rimaneva oscuro. Spesso mi induceva a fermarmi su particolari che avrei trascurato se quella voce muta non me li avesse indicati. Tra i sudici sedili e il frastuono della metropolitana, io, Goethe, una giovane donna di buona famiglia e una catena di parole, alla quale avevo appena aggiunto un anello.

Il focolare spento

Anna Rita Longo

Aveva seguito Donato incamminarsi per il campo con la coda degli occhi, con quell’andatura sempre uguale e che mai sarebbe mutata; non le aveva rivolto un cenno di saluto, non uno sguardo, non una parola. Lo guardò tirarsi su i pantaloni con quel gesto ripetitivo e grattarsi la testa spettinata con una mano, mentre con l’altra prendeva dalla tasca un fico secco e se lo metteva in bocca, sputandone in terra il picciolo secco e duro. Era uno spettacolo sempre uguale, già visto milioni di volte in milioni di mattine ugualmente deprimenti. Titta si ravviò i capelli raccolti in una crocchia spettinata e si guardò in controluce nel vetro della finestra. Gli occhi cerchiati tradivano notti insonni, le mani screpolate rivelavano le fatiche quotidiane. Titta aveva 36 anni e si sentiva vecchia. >>>

L'inutile verbosità

Anna Rita Longo

Vi sono parole che sono fastidiose anche solo a sentirsi e una di queste è l’aggettivo “verboso”. Come tutti gli aggettivi che terminano in –oso, evoca un’idea di ridondanza, di eccesso. Anche a pronunciarlo, bisogna arcuare la bocca in modo innaturale, simile a quando si ha tra i denti un boccone troppo grosso. È una parola che riempie la bocca e lo fa con la merce più a buon mercato, ossia il “Nulla”. Eppure non vi è aggettivo che si adatti meglio all’attuale panorama culturale di “verboso”, insieme a tutti gli altri aggettivi che ad esso sovente si accompagnano: “prolisso”, “involuto”, “retorico” anche, ed “oscuro”.

L’intellettuale verboso si annida tra le quarte di copertina e le prefazioni, prolifera nei talk-show dove riceve sguardi ammirati e perplessi, sguazza nella saggistica da comodino che tutti hanno e nessuno legge, si riproduce sulle mensole di noce del salotto buono, dove ogni tanto riceve il tributo di una carezza dallo spolverino di piume. In treno, nelle mani del neolaureato occhialuto dai capelli ricci e dalla pelle brufolosa, che lo legge con l’espressione del cattolico di fronte all’enciclica papale, è in grado di ergere muri di deferente distanza tra lui e gli altri passeggeri.
La semplicità è la peggiore delle “deminutiones capitis” per l’intellettuale di oggi, che non cerca tanto di essere capito quanto di essere ammirato da sguardi vacui e fronti aggrottate che rivelano più di quanto vorrebbero, e il monito di Tullio De Mauro, che allo scrivere semplice dedicò un intero libro, è visto come l’ammissione di una sconfitta, come la peggiore delle confessioni di inferiorità. >>>

Ti rovinerai gli occhi

Anna Rita Longo

Questa è una storia inutile ed è solo a me che la racconto. Nessuno vive se non per se stesso, gli uomini sono isole che contemplano la propria solitudine e nulla nasce e vive se non per scoprirsi solo.
Leggere è spesso doversi nascondere. Solo chi non legge ostenta la propria lettura. Sono le pagine furtive quelle che più si amano e non c’è lettura che non sia sbagliata.
Chi legge è solo, come tutti.

L’autobus è arrivato: benedetti quei dieci minuti di ritardo in cui Anna aveva potuto vedere la fine della corsa ai cavalli di Vronskij, morire sulla sua caduta, rinascere sul suo scampato pericolo. Ora Karenin la portava via nella sua gelosia dignitosa, mentre lei si arrampica su per i gradini scomodamente alti, estraendo il biglietto che tra le pagine aveva fatto da segnalibro e porgendolo al controllore, tra sguardi seccati che reclamano scuse per gli strattoni inavvertitamente impartiti. Gli occhi bassi, il labbro inferiore contratto tra i denti, la mano che, furtiva occulta il grosso tomo e si guarda intorno alla ricerca di un posto, per tornare veloce da Anna. Leggere non è che lo spazio di un’attesa. >>>