Ludovica Colussi
La vita
Ludovica nasce nel 1977 all'alba di un bel mattino di primavera
inoltrata, in quel di Verona, città bellissima ma in
cui non è mai vissuta. Le origini venete (mescolate
ad altre di varia provenienza geografica) si manifestano principalmente
in uno strano vocalismo e nell'inclinazione al bicchierino
“che fa bene” sostiene lei “in ogni occasione”.
All’età di sette anni scrive la sua prima poesia
ispirata da un malinconico giorno di pioggia ma, dopo che
il padre le fa notare i vari errori di ortografia, decide
che non farà mai più leggere a nessuno i suoi
scritti. E così fa fino al giorno in cui incontra il
Bel-Ami.
La sua infanzia procede serena e felice tra coreografie alla
Heather Parisi messe su insieme alle cugine, atti di vandalismo
compiuti insieme all'amica Irene, spettacoli di Natale scritti
e codiretti con la sorella, l'Uomo Tigre
e pane e nutella.
L'adolescenza trascorre un po' meno serena, del resto quando
al posto della testa si ha un cespuglio di capelli informe
e s'indossano camicette alla Misery non deve morire,
la vita non è per niente facile.
Finito il liceo si iscrive a Lettere consapevole che, una
volta laureata, non avrebbe trovato lavoro facilmente. E così
è stato, ma "non avrei potuto fare altro"
si ripete lei alzando le spalle. Si laurea un paio d'anni
fuori corso non per mancanza di capacità ma perché
se la spassa grandemente e, data l'inclinazione alla goliardia,
si fa anche un semestre da erasmus a Valencia. E
non c'è bisogno di aggiungere altro.
I problemi iniziano col suo ingresso nel mondo del lavoro,
tanto che a un certo punto sbrocca e parte per Buenos Aires
dove insegna italiano per sei mesi, si rimpinza di empanadas
e impara pure un po' di tango. Al momento lavora come insegnante
di italiano per stranieri a Roma, è docente di Storia
della lingua latina medievale presso un ateneo telematico
ed è coordinatrice della rivista letteraria del Circolo
Bel-Ami, Il
Pendolo.
Ludovica è un’inquieta inguaribile, adora il
cambiamento, il movimento, il viaggio e i gatti. Ha avuto
la fortuna di vivere in tante città diverse, cosa che
ha alimentato l’inclinazione allo spostamento. Non sopporta
costrizioni e ha il terrore che le manchi l’aria, per
questo ricerca continuamente la libertà lavorando notevolmente
di fantasia, danzando e scrivendo.
Ipse dixit: "Negli eccessi e nei silenzi,
si accomoda tranquillo un singolare equilibrio"
E-mail: l.colussi@bellami.it
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La quarta portata
Ludovica Colussi
Eccola, mentre avanza soddisfatta, stretta nel grembiule
da cucina di due taglie in meno, il seno morbido e rotondo
offerto in una scollatura generosa, un sorriso statico stampato
tra due guance piene. Eccola, che tiene tra le mani cicciottelle
la quarta portata. Un vassoio carico di carni cucinate in
intingoli grassi, una montagna di carni unte, lucide e scivolose
come quelle del suo corpo. Sento già il sapore pesante
che mi giunge dal naso, un odore denso che mi appiccica
le narici. Una quantità esagerata di cibo, un tripudio
di pietanze sulla tavola vestita a festa, una minaccia per
il ventre già sazio. Non posso fare a meno di fissare
sbalordito quell’enorme piatto strabordante di oleosità
speziata e saporita. Lo fisso con paura, con ostinazione,
con ossessione. Lo fisso nell’insieme e nel particolare.
Lo fisso talmente tanto da vedere solo quello tutt’intorno,
al punto di vederlo contrarsi ed espandersi. Ora è
più vicino, ne sono immerso, sono anch’io parte
di quella grassa portata. Il mio corpo è untuoso e
arrostito, percepisco il contatto con un pezzo di carne intriso
d’olio. Lo sento accanto, sopra, sotto, dietro, davanti.
Il sugo denso e caldo mi bagna rendendomi gustoso, il suo
odore è forte e concentrato e mi penetra ovunque. Nel
naso, in bocca, in testa, negli occhi. Non mi muovo più,
mi limito a ondeggiare ogni qual volta qualcuno sposta il
vassoio o vi immerge il cucchiaio per tirare su quanti più
pezzi possibile. Bocche che masticano senza posa, bocconi
che scendono rapidamente a complicare la digestione. Lei è
lì, con quel grembiule stretto che le fascia le rotondità
burrose, le schiaccia il seno, abbondante come la quarta portata,
facendo esplodere curve esageratamente tondeggianti. È
lì che guarda vogliosa e ingorda pregustando i bocconi
prelibati. Eccola, che impugna il cucchiaio e pesca i pezzi
migliori.
Terra
Ludovica Colussi
La mia terra talvolta è arida da sembrare pietra,
diviene avida di frutti e bramosa di acqua. In questa stagione,
quando il caldo torrido secca anche gli organismi più
abituati, è attraversata e percorsa da spaccature,
come il corpo di un atleta olimpionico da vene e nervi. Sembra
sgretolarsi, eppure è dura, come una madre severa.
E l'aria, l'aria poi ti fiacca, così calda da sembrare
artificiale, così densa che la puoi toccare. Questo
cielo non l'ho ancora scordato, nonostante la lontananza,
le distrazioni della vita nuova, i colori diversi in cui mi
sono abituato a vivere, forse un po' smorti e insignificanti.
Qui invece è tutto forte e i sensi gioiscono in questa
terra. Gli occhi scoprono tonalità vive, le orecchie
si riempiono della voce del mare che si apre verso Sud, la
lingua assapora gusti decisi e pieni e gli odori li senti
entrare nel profondo dell'animo - come scordarli! -, invadere
ogni canale interno al corpo, profumo di agrumi e salsedine,
di sole e marsala. Rivedo tutto questo nei volti familiari
della gente del posto, la mia gente. Rivedo in loro il volto
e l'essenza di questa terra da cui sono andato via, ma che
conservo nel sangue, caldo e ostinato come gli sguardi di
chi non ha tradito le proprie radici. Dovevo lasciarti, terra
mia, dovevo andare, dovevo assecondare l'impulso di giovane
irrequieto, che rinnega pur amando, che fugge guardando sempre
indietro. è stato l'istinto a chiamarmi, capisci?
Era come se non dipendesse da me, come se se si trattasse
di una volontà superiore, una forza altra che ti spinge,
a cui non puoi resistere, a cui devi ubbidire.
Dovevo seguire lo stormo, se no sarei rimasto indietro.
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