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Moris BonaciniMoris Bonacini

La vita

Moris Bonacini è nato il 26/12/1946 a Gavasseto, una frazione di campagna del Comune di Reggio Emilia. Padre operaio, poi sindacalista; madre contadina di una grande famiglia la cui storia è tratteggiata nel volume: Sergio. Una dichiarazione d’amore per il mondo contadino (Reggio E., Aliberti, 2006).
Ha iniziato a scrivere dopo i cinquant’anni, anche se la passione per la letteratura ha accompagnato la sua vita fin dall’adolescenza. In passato aveva scritto molti articoli e alcuni saggi. Fu proprio dopo le prove saggistiche che diede inizio ad una paziente e lunga ricerca espressiva; voleva trovare un suo linguaggio, capace di abbandonare le gergalità studiose e di comunicare con rigore e leggerezza. Nel corso di una vita varia e impegnata ha riempito un gran numero di taccuini con annotazioni di ogni genere, molte delle quali dedicate alla letteratura. Un lungo esercizio che non aveva la finalità esplicita di confluire in opere letterarie; quell’approdo è arrivato da solo, senza forzature.

Aveva nel mirino un lungo saggio che doveva raccogliere riflessioni e ricerche le cui intuizioni avevano radice nella giovinezza. La sua sensibilità di fondo è antropologica; coltivata negli studi formali, essa è con il tempo approdata con naturalezza alla letteratura.
A questo approdo ha dato un notevole contributo una riflessione a largo raggio sulle scienze ed in particolare sulle scienze storico – sociali; nel travaglio teorico che da tempo coinvolge le scienze Moris ha letto l’apice e il tramonto di un assetto del mondo costruito sulle ideologie del primato dell’Occidente.
Forse è l’antica metafora dell’Isola volante, di Jonathan Swift, a descrivere per lui la deriva della nostra cultura. Ma si tratta di una deriva piena di creatività, perché sono molti coloro che dall’isola sono scesi e si guardano intorno curiosi. Interi mondi trascurati cercano oggi voce con la letteratura
Moris crede che la letteratura, la cui forma-romanzo è una delle più feconde espressioni della creatività occidentale, sia alle prese con la mescolanza e l’ibridazione, ma gli piacciono poco le sperimentazioni gratuite e compiaciute.
Forse anche per questa ragione ama i libri di viaggio, quando essi riescono, per le qualità degli autori, a svelare ciò che sfugge agli occhi degli antropologi e degli storici, oltre che degli interpreti tradizionalisti della letteratura.
La sua curiosità spazia da tempo anche in letterature non europee. Uno dei suoi scrittori preferiti, ad esempio, è da tempo, tra i contemporanei, Orhan Pamuk, premiato quest’anno con il Nobel. Un elenco ridotto e mescolato comprende inoltre Bjorn Larsson, gli italiani Luigi Meneghello Mario Rigoni Stern, Vincenzo Consolo; Ivo Andric e Joao Guimaraes Rosa, Joyce Carol Oates e Francisco Coloane, Isaac Bashevis Singer e Wole Soyinka Ha amato molto Flaubert e Cechov, Tolstoj e Thomas Hardy, Hugo von Hoffmansthal e Joseph Conrad. Mi fermo, ma l’elenco sarebbe sterminato, se chiedessi a Moris di esporre in dettaglio le sue preferenze. Aggiungo solo che non ama affatto né Proust né Dostojewskij. Gli piace, infatti, citare Soyinka (Posso comprendere Proust, ma non me ne importa nulla)
Per lui, pertanto, la letteratura è vita, o, meglio: è arrivata ad essere vita. In Proust, ad esempio, essa è vita contraffatta, dominata da una virtualità di matrice "cortese".

L’autore, oggi, non è più il deus ex machina, l’onnipotente ordinatore delle vicende umane; solo nei best sellers e nella produzione seriale sopravvive fintamente la vecchia soggettività autorale.
Chi scrive, peraltro, deve guardarsi dal volare guardando il mondo dall’alto e dimenticando di avere i piedi immersi nel pantano di tutti.
A Moris piace pensare di essere arrivato alla letteratura perché in essa ha trovato il linguaggio adatto ad esprimere la somma delle esperienze umane, professionali, culturali compiute durante lunghi decenni. Un romanzo (Erano di Montebello) che uscirà nel 2007 presso l’editore Aliberti, ad esempio, proviene da alcuni anni di consuetudine con il mondo dell’emigrazione italiana e con le sue storie di vita, ed ha costituito il veicolo per fare parlare i temi, attualissimi, dell’identità e della nostalgia.
Si può aggiungere che Moris, dato che ha in qualche caso impresso svolte radicali alla sua vita professionale, crede di avere imparato ad imparare. Non si tratta di modestia - dice lui-, quanto della combinazione di umiltà e ambizione che, sola, fa crescere le persone. Cita spesso, quando sa di non annoiare, un motto di un cardinale reggiano del ‘700: Paratus sempre doceri. In verità, devo però dire, l’ho visto in più occasioni sbottare insofferente; lui dice che non regge la mediocrità che si pavoneggia nella finzione, ma forse le cose sono più complicate. Va detto, a onor del vero, che Moris non si aspetta il successo commerciale, dai suoi scritti; cerca altro, e dice di essere disponibile ad imparare anche dai possibili fallimenti.
Ha un programma molto nutrito; ha allentato gli impegni e lavora, studia e scrive. Dice che è iniziata una nuova avventura, e che la vita è una continua sorpresa.

Ipse dixit:
"Chi scrive, peraltro, deve guardarsi dal volare guardando il mondo dall’alto e dimenticando di avere i piedi immersi nel pantano di tutti"
E-mail: moris.bonacini@libero.it

Moris Bonacini

L'intervista

Nella sua opera permane un equilibrio quasi ragionato fra storia, antropologia e spirito compositivo; ciò è conseguenza di una scelta o è frutto di una spontaneità narrativa figlia di una certa maturità artistica?
"Sergio" è un libro particolare, per tantissime ragioni. La parabola di quella famiglia contadina ha dialogato, secondo vie che la nostra cultura abitualmente rimuove, con una grande trasformazione economica e culturale. La frattura vera è arrivata con gli anni Settanta del secolo scorso. Rispondendo al bisogno di trattare una materia ostica, nella quale ero anche personalmente implicato, ho incontrato subito la necessità di comporre un dialogo tra narrazione e saggio. Sono così stati immessi temi del tutto miei, legati ad una ricerca personale di lungo periodo. Ho scelto una forma narrativa anche per la parte saggistica; ho cercato di evitare sentenze e ricette. L’operazione, pertanto, non è stata né spontanea né cerebrale. Non so se essa sia il frutto di maturità artistica, non è affatto detto che la forma propria del "Sergio" si riproduca in altre opere. Alcune sono già definite: un altro romanzo, una raccolta di racconti; in esse ho cercato di far vivere la sensibilità antropologica dentro la narrazione. E’ però evidente che, dato che ciascuno è scrittore a suo modo, il "Sergio" contiene tracce di lavoro che vivranno anche altrove.

Cosa significa come strumento propositivo, scrivere in cosciente controtendenza? Preferirebbe riscuotere un vasto consenso di pubblico a scapito della sua coerenza di scrittore?
Ero consapevole di scrivere un "romanzo" inusuale, anche se nella grande letteratura sono presenti tante commistioni. Il "Sergio", semmai, ha consapevolmente proposto un percorso "duale". Non mi sono chiesto se fosse controcorrente, ho semplicemente obbedito a ciò che sentivo necessario. Sapevo che, anche per questa ragione, quel libro non avrebbe avuto un rilevante successo, ma andava comunque scritto in quel modo. Credo che ci siano tanti tipi di successo, che in sé non disprezzo affatto. Il miglior successo è quello che deriva da un’alchimia imprevedibile, ove la salute narrativa di chi scrive riesce a dialogare con la sensibilità del pubblico. E’ sempre possibile che un simile incontro accada anche a me, ma bisogna vaccinarsi contro il virus dell’attesa. Proporsi come priorità il grande successo porta a comporre fiction, e francamente non mi interessa.

Come valuta la stato della letteratura nel nostro paese ed in senso più moderno crede che l’avvento di internet abbia snaturato l’approccio alla lettura ed allontanato i giovani da una migliore comprensione anche dei testi del passato?
Non sono un esperto di letteratura italiana contemporanea. Stimo qualcuno: Meneghello, Rigoni Stern, Consolo (constato che sono anziani). Conosco Vassalli, Niffoi, Corona, Marani, altri, ma non mi hanno particolarmente colpito. Qualcosa di nuovo prometteva Mariateresa Di Lascia; mi convince Silvia Di Natale, ma con lei entra in gioco l’affinità culturale. Non sono esterofilo, ma sicuramente c’è di meglio all’estero (Pamuk, Oates, Larsson, Meimaridi, McEwan). Da quanto vedo e intuisco, ma potrei sbagliare, molta letteratura italiana contemporanea di successo in genere imita la fiction televisiva. Diciamolo alla romana: è un po’ paracula.
Quanto ad Internet, penso che sia uno strumento formidabile, come del resto lo è il computer in sé. Strumenti, appunto; il fatto è che antiche propensioni portano a vivere le innovazioni in forma di utopia, con esiti ovviamente disastrosi. Dato che nel linguaggio informatico è contenuta una enorme semplificazione, la trasformazione degli strumenti in personaggi può essere distruttiva. Dalla rete si possono attingere velocemente informazioni, ma la letteratura ha radici altrove. Ho ascoltato numerosi sproloqui, c’è persino chi identifica Internet con una forma avanzata di democrazia (!). Il vero allarme, però, non proviene dalla rete; Internet è parte di un mondo che sta scambiando la virtualità per la realtà. Il pericolo per i giovani è situato in questa spirale.

Il suo romanzo evidenzia una trama sostenuta dal trinomio vissuto sociale- identità- nostalgia, quale di questi importanti fattori secondo la sua ottica è più a rischio estinzione?
L’identità è vissuto sociale; è una trama e non un’essenza. Ciò che gli sviluppi sociali stanno colpendo, esasperando e stravolgendo tendenze in atto da secoli, è la vivibilità delle trame sociali. L’identità oggi è strattonata dal richiamo delle essenze, delle appartenenze esclusive, mentre vive una socialità depressa. E’ immersa in una comunicazione globale e non riconosce più i reticoli sociali che la rendono concreta e potenzialmente universale, capace di percepire l’altro come affine. La nostalgia, invece, proprio perché nutre le ideologie dell’identità, è da tempo in una fase ipertrofica, anche attraverso una molteplicità di travestimenti. Come affermo nel Sergio, questi sono i temi della mia personale ricerca. >>>

Sergio. Una dichiarazione d’amore per il mondo contadinoSergio. Una dichiarazione...

Quarta di copertina

Fin da bambino Sergio era incantato dalla campagna e dal lavoro nei campi. Aveva imparato subito tutto; gli piaceva in particolare tagliare in primavera l’erba con la falce, di prima mattina, quando ancora la luce della alba si stava trasformando in luce del giorno. Gli era stata costruita una falce su misura , adatta alla sua statura di bambino.



Titolo:
Sergio. Una dichiarazione d’amore per il mondo contadino
Autore:
Moris Bonacini
Casa editrice
: Aliberti Editore
Pagine
: 224
Pubblicazione: 2006
ISBN: 88-7424-117-0
Prezzo: 17,00€

- Premio Targa al Concorso "Città di Cava dei Tirreni" (Giugno 2006)
- 3° premio – sezione romanzi – al Concorso "Arte Città Amica" di Torino (Ottobre 2006)

Sergio. Una dichiarazione ...

La recensione del Circolo

Antropologia, sociologia, scrittura. Unire in un unico discorso itinerante questi tre aspetti dell’applicabilità umana, è di certo un compito arduo, ambizioso e sicuramente in controtendenza. Analizzando le ultime novità editoriali nel campo della comunicazione, si nota come la qualità sia troppo spesso sacrificata a favore di una quantità che poco aggiunge all’esigente gusto del noto. La riscoperta del minuscolo particolare che tiene uniti i tasselli che legano gli avvenimenti temporali del divenire umano. Questo è in apparenza il semplice obiettivo che l’autore si prefigge; prendendo in prestito dal tempo la biologia di una famiglia contadina di inizio secolo: seguendone l’infanzia, l’adolescenza, la maturità ed infine l’inevitabile anzianità. Il romanzo è reso cosciente dalla figura di Sergio, incarnazione di quella semplicità rurale che è impossibile da spiegare. L’origine magica ed ignorante allo stesso tempo, “quando ancora la luce dell’alba si stava trasformando in luce del giorno”, di quell’ignoranza fatalmente sapiente tramandata e tramandabile come se fosse un’arte antica da conservare gelosamente. L’equilibrio interattivo viene abilmente preservato dall’autore, inserendo a mestiere i delicati processi socio-antropologici che hanno permesso ai protagonisti del romanzo di dar vita a quelli che erano i caratteri di un periodo difficilissimo ed ingrato. La povertà, la mezzadria “i Fiorini erano così poveri che i topi andavano a mangiare in un’altra casa”, le due guerre con tutte le modificazioni ancora oggi in atto. L’avvento tecnologico che “ ci esonera tutti dai saperi che sorgono dal diretto contatto con le cose”.
Ed è proprio da questa ostinata ricerca della fisicità che la figura di Sergio assume i contorni di eroe ed antieroe allo stesso tempo. Sceglie, pentendosene in seguito, di non frequentare la scuola per amore verso l’alito della natura. La vita dei campi è si duro lavoro ma anche un continuo cammino bidirezionale verso la nascita-origine e fuori da essa, lungo la strada della fine-futuro.
Il Bonacini non si schiera completamente dalla parte della nostalgica vita campestre; piuttosto cerca di stabilire un percorso percettivo che possa rendere odierno l’humus passionale insito nel rapporto terra –uomo.
E qui ritorna sottile e penetrante la filosofia di Sergio, portavoce dell’esperienzialità della vita attraverso la voce nascosta, o meglio l’imprinting rurale.
“Non si fugge dal dolore, ne lo si eleva a simbolo”; questa definitiva affermazione aforismicamente parlando, racchiude un messaggio eternamente ciclico. Non di rassegnazione nei confronti delle avversità, sempre pronte a sporcare la felicità, ma di distaccato rispetto. Una sorta di fatale equilibrio di convivenza, intimità e condivisione.
Un affresco d’esistenza reso attuale dalla mano mai superficiale dell’autore.
L’epilogo, anche se tragico, immerge il lettore in uno stallo interrogativo che altro non è se non l’inerziale dubbio regnante sui destini comuni.
Un plauso a parte merita l’accurata bibliografia, posta alla fine di ogni capitolo. Un arricchimento per chi volesse approfondire le tematiche (anche in ambito antropologico) presentate dallo scrittore in corso d’opera.