Fabrizio
Ara
La vita
Fabrizio Ara è nato a Sassari il 7 agosto 1965. Laureato
in Lingue e Letterature straniere (1991), Filosofia (1997),
Lettere francesi (D.E.A. - Diplome d'Etudes Approfondies)
in Francia nel 2004, è docente di Lingua e Letteratura
francese nei licei e assistente di Letteratura francese presso
la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Sassari.
Scrittore in erba, si è sempre occupato di letteratura
prediligendo la lettura e lo studio di autori quali, Oscar
Wilde, J.-K. Huysmans, Thomas Mann e i contemporanei J.M.G.
Le Clézio e B. M. Koltès. Si occupa di teatro
ed è stato regista della Salomé di Oscar Wilde
(Sassari - Teatro dell'Orfanotrofio) e dell'opera di Cocciante
"Notre-Dame de Paris" a Pozzomaggiore (SS) in piazza.
Ha pubblicato diversi articoli letterari e i saggi: "J.-K.
Huysmans ou l'image mystique" (1994, Delfino Editore,
Sassari) e "Crimes et chatiments au Siècle des
Lumières" (2002, Magnum-Edizioni, Sassari); nonché
le poesie "La coscienza di un poeta" e "Antichi
sipari" nell'Antologia del Premio Letterario FONOPOLI,
1999, Montedit, MI. Restano ancora inediti per espressa volontà
dell'autore la raccolta di poesie "Levitazioni",
il racconto "Narcisse" e il dramma "La verità
della maschera".
Amante del cinema d'autore, si sente fortemente attratto dalla
cinematografia di Luchino Visconti, Federico Fellini, Pier
Paolo Pasolini, Franco Zeffirelli e Rainer Werner Fassbinder,
dall'attore francese Patrick Dewaere e dalle attrici Giulietta
Masina, Anna Magnani, Silvana Mangano e Fanny Ardant.
Ipse dixit: "Noi in fondo non siamo altro
che dei manichini. Oggi indossiamo un costume e domani ne
esponiamo un altro in base alle circostanze, a seconda delle
occasioni. Il fato ci forgia a suo piacimento e noi siamo
le sue vittime sacrificali. Spesso viviamo l'amore come se
questo fosse solo un gioco. Un gioco freddo e beffardo che
noi siamo obbligati a portare avanti per volontà del
nostro destino".
E-mail: fabrizioara65@hotmail.com
Sogno dell’estasi
Fabrizio Ara
I pensieri più strani
si accavallano sopra un mare di
onde
suggellando così quello che
è orami un ricordo.
Era tanto bello, allora,
quando ancora si scorgevano i delfini
in amore
nuotare felici nel mare al tramonto.
I flebili raggi proiettati sul loro
corpo
rifulgevano dolci sulla loro pelle
umida.
Verticali in quel mare
s’univano in effusioni
e giocavano, giocavano alla vita.
Sogno dell’estasi!
Il volo di un airone li domina.
Ignari di tutto e felici nell’animo
proseguono la cerimonia.
Uno sguardo dall’alto, l’ultimo
per poi nascondersi
dietro il sole, su una rupe.
Appollaiato su quella roccia nuda
scrutava l’orizzonte misterioso.
Rivivremo il mio dell’Unicorno?
Death
Fabrizio Ara
Solo, dentro una campana di cristallo.
Mite, in un volo d’uccello.
Conobbi bufere e tempeste di sabbia.
La speranza fu l’ultima a
morire.
Fino all’ultima goccia di
cuore
versai sulla tua anima.
Ora, il sangue fuoriesce dal mio
corpo
e si spande.
Le mosche accorrono missionarie
in uno sciame pietoso.
Non potrò più vedere
il tuo viso.
Non potrò più sognare
il tuo corpo.
Vivrò immerso nei ricordi
in questo desolato viale di cipressi.
Madame Otero
Fabrizio Ara
Dal nulla, l’ignoto riempie
gli argini dei fiumi
e fiorisce i glicini dei campi
come in un volo marcato di fantasia.
Un pugno di terra nel vento
mille amori, teatri, salotti.
Madame Otero,
il fumo magico del suo mistero
un corpo fragile nella sua voluttà
dolce nel suo orgoglio.
Madame Otero,
figlia del niente, del peccato sublime
ascese alla gloria
alla gloria fallace, alla gloria!
Ognuno è ricco di se stesso
e di niente.
Vince la sfida con il mondo
E cade in un mare, in un mare di
niente.
Luci e colori su me!
Venite tutti a me!
Vigliacchi: andate via senza avvisarmi.
Mi lasciate solo.
Solo nella mia gloria.
Otero, mito di un fato ricorrente.
Freme il broccato sulla pelle
e ride, ride braccando il mio essere.
Giro nudo per Parigi.
Paris antique.
Parigi notturna e borghese.
L’omnibus fuma nella notte
fosca.
La gare de Lyon.
E poi, poi dal nulla l’ignoto
ti trasforma.
Io mi trasformo d’incanto
tra la folla
Corro beffardo tra i volti ciechi.
La platea m’ha detto addio.
Spente le luci, io, solo.
Dal nulla l’ignoto m’inventa.
Pathos
Fabrizio Ara
Cerco una speranza nella vita
e nella fredda certezza della mia
solitudine
sovrastata da mille spettri animati
vedo il tuo dolce spirito:
ora di creta con il viso che intimorisce
ora di bronzo con lo sguardo sorridente.
E ora candida figlia di Caino
appari avvolta in un morbido collo
che scivola sui tuoi seni puri.
Sorridi, rifulgi.
Riempi quel vuoto incolmabile
che la mente atroce dei mille spettri
animati
inesorabilmente crea in me.
A Lella Cucca
L’incanto
Fabrizio Ara
Cantami o Musa
la storia di Colui
che della vita ha fatto un mito:
sogno irreale di fate e folletti
vita sofferta fra pensieri solitari
languidi pianti e fragili pensieri.
Il sogno d’una notte
sbocciato fra i guanciali
freme all’alba di una vita
come primavera immersa nella favola.
Gli alberi spogli si vestono di
seta
e le gemme, fragranti profumi,
s’affacciano fra i sussurri
del vento.
È l’incanto!
L’incanto che cresce leggiadro
e felice
su un pianeta lontano
solitario e diverso
fra il nettare e l’ambrosia
Bacco e i fiori di loto.
Adagiato sulle note dei violini
crea, soave, le opere più
eteree
celebrando con il sole e il mare
una celeste sinfonia di suoni e
colori.
Ma anche i sogni più belli
hanno una fine.
Una fine spietata
che rompe l’incantesimo
e proietta nella realtà crudele
lo spirito magico deturpato
costretto fra il cemento, la polvere
e i motori.
Eccolo, eccolo laggiù
confuso fra la gente
cercare affannoso uno specchio.
Uno specchio per ritrovarsi, per
riconoscersi
per non perire fra i manichini
che programmati si muovono fra le
macchine.
Eccomi, sono là.
Non lasciarmi morire.
Aiutami.
I feel
Fabrizio Ara
I feel
an eruption on my skin
gliding trhoughout my body
It’s extasy
I feel
the rain’s beating on the window-panes
rudely prickling on nude branches
It’s filling up the valley
I feel
your naked body
rich with strong scent
and my mind is inebriated
I feel
opening windows
brillant sun is penetrating
and you are in me.
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Bibliothèque Nationale
Fabrizio Ara
Ricordo con profondo pathos e grande commozione, quando circa
vent’anni fa, a Parigi, entrai per la prima volta nella
Bibliothèque Nationale per effettuare delle ricerche
relative alla mia tesi di laurea. L’emozione era talmente
profonda che si tramutò quasi in vergogna e la grande
soggezione provocò in me una forte tachicardia e un
fastidioso stato d’ansia. Riconobbi allora tutta la
mia “sardità” e sentii la distanza culturale
da quel mausoleo colossale gravare sulla mia giovinezza, inesperienza
e dotta ignoranza, nonostante da tempo frequentassi la capitale
francese e i banchi della sua università! >>>
La coscienza di un poeta
Fabrizio Ara
Se fossi un poeta dell'Ottocento
avrei creato poesie decadenti nel
mio tempo.
Avrei vissuto la bohème nei
miei
boulevards prediletti.
Avrei provato l'assenzio
viaggiando nei paradisi infernali
de la vie des artistes.
Avrei creato la parola nel nome
di Shéhérazade,
esibito il fascino del genio creatore
nei teatri di Parigi.
Se fossi un poeta dell'Ottocento
avrei confidato a Dio gli amori
terribili
della mia vita,
gli spasmi violenti del mio cuore,
la gioia infinita dei miei sogni.
Avrei amato il bello e il fugace
ricercando la vanità fra
mille e due pose
…ma fra narcisi e sipari avrei
perso la mia anima.
Se non fossi un poeta dell'Ottocento
ascolterei la Sua voce nel buio
di una grotta.
Pregherei tutti gli angeli
affinché quel giorno
potessi essere degno della Sua luce.
Antichi sipari
Fabrizio Ara
Scorgo
fra i vapori della nebbia
una dolce musa marmorea
erta in un'antica corte.
…E lievi segni del tempo
nel suo glorioso abito di festa
dipingono il grande mito
di un tempo che fu.
Scorta la musa
la mia arte lumeggia.
Volo d’ombra
Fabrizio Ara
Il mare a lui sottostante
ha riservato oggi una pesca magra.
Un gabbiano bianco schiude le proprie
ali
alla volta di un sole al tramonto.
Un leggiadro volo il suo.
Quello di colui che si libra nell’aria
per dimenticare tutte le sozzure
del giorno.
Vola leggero all’orizzonte.
È un volo d’adone
ma non è felice.
Il suo lento batter d’ali
ne è la prova.
È solo.
Le lacrime strappate a quei suoi
occhi d’incanto
scivolano nello spazio
annullandosi nell’immensità
marina.
Il suo volo continua ramingo.
Il suo pianto non tange alcuno.
Proprio per questo è vano.
Proprio per questo è solo.
Il suo corpo ora è un punto
sperduto nell’infinito.
Le sue ali, batuffoli di nuvola,
per un volo senza ritorno.
I suoi occhi, rubini, brillanti
di amarezza.
Spazia drammatico le profondità
dell’etere,
Non vede nessuno.
Ancora, con un nodo alla gola e
una fitta al cuore
solleva il capo
e si volge verso la volta celeste
fra le sue spire, che l’avvolgono.
Non me ne accorsi
Fabrizio Ara
Han visto piangere le mie labbra
ridenti
non me ne accorsi.
Sentii il sapore del sale
scivolare sulla pelle e inumidirmi
la bocca
non me ne accorsi.
Sentii il profumo del tuo corpo
eccitare i miei sensi e il cuore
sfondare le barriere della mia mente
non me ne accorsi.
Nelle notti d’agosto, quando
la luna
già da tempo splendeva sul
mare,
passeggiavo pensieroso sulla spiaggia:
l’acqua pareva sognasse ai
miei piedi.
Era solo uno scherzo fra sabbia
e spuma bianca.
Poi sulla scogliera, mi sedetti
spaziando sul vivido specchio della
luna.
Fu una notte d’amore
fra rocce, sabbia e luna
eppure, non me ne accorsi.
Frammenti di un’opera
Fabrizio Ara
Solo in un teatro vuoto.
Cammino silenzioso sul palcoscenico.
M’inchino per raccogliere
alcune rose.
Sfioro con il viso il sipario rosso.
Accendo i riflettori.
Proietto la mia immagine nel buio.
Seduto su una sedia, m’invento.
La musica dolcemente, mi raggiunge.
I costumi sgargianti, m’indossano.
I colori celebrano con me questo
rito magico.
Oggi a teatro
ho rappresentato me stesso
ma la platea era vuota.
Calli del mio tempo
Fabrizio Ara
Tragico e beffardo
ripercorro le calli del mio tempo
con gli occhi sbarrati e il corpo intirizzito
di fronte alla forza selvaggia del mare.
La sua massa nera m’avvince
in una gelida spira di sofferenza.
Il mostro m’inghiotte
trascinandomi nel fondale quieto
dove la morte mi giunge beata.
L’opera sognata
Fabrizio Ara
Silente domenica.
La natura risorge.
Cicale nei campi
celebrano solenni una sinfonia.
Io vi guardo
invidioso e solo
fra i libri decadenti e il pulviscolo.
Ricomincio a pensare.
Inventare il futuro
del mio destino negato
proibito ai filistei.
La notte s’addensa nei miei pensieri.
Il sogno pervade la mia mente.
Uno scuro proscenio si erge maestoso
il buio si dirada, e
una luce d’immenso fulgore
squarcia il sipario nero, che si dissolve.
Silenzio! La musica.
Silenzio! La poesia.
Silenzio! I colori, i costumi, le maschere…
Una voce, la mia,
guida le note.
Un corpo, il mimo,
si muove possente.
In platea
dolci angeli amano sensibili
colui che un giorno non era
e che oggi è.
Era un intrepido bohémien
sospeso fra un sogno e la strada.
Ora è l’interprete di un nuovo cantico
vissuto nel cuore
creato con i sensi.
La poesia si libra.
Prende corpo dietro il mio alito.
Dimora nel Tempio.
Tutti la rispettano.
Anche tu, ipocrita lettore, dovresti!
Tutti!
Tutti quelli che hanno un cuore.
Che vivono per un fiore.
Che cantano della vita, il vero amore.
Poi, lentamente le dolci anime si defilano.
Le luci si spengono.
Un grande senso di vuoto.
La morte mi assorbe.
Apro gli occhi:
I libri impolverati.
le cicale che cantano.
Io, solo, la stanza.
L’incubo
Fabrizio Ara
L’ansia soffoca il cuore
fra i dolci fantasmi dell’inconscio.
L’incubo spezza la mente con lame affilate.
Il corpo avvizzito freme improvviso.
Correre in una notte gelida
frastornato dagli ululati agghiaccianti
di mille lupi famelici bardati di rosso.
Il rosso e il nero macchiano la pelle
e Satana assetato l’insegue.
Correre, scappare… il tunnel!
Precipitare all’infinito.
Le rocce che trafiggono.
Le carni a brandelli che si sperdono, poi
poi una Luce, poi il Sole.
Cadere su un prato dorato.
Svegliarsi avvolto nella seta e nel broccato.
Son bellissimo e mi amo.
Narciso è ancora vivo.
L’incubo. L’incubo è finito!
A Johann Heinrich Füssli
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