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La gabbia

Vincenzo Terlizzi

Al centro della più importante piazza della Città dei Sogni, eredità inestimabile del mondo antico, è collocata da tempo immemorabile una immensa gabbia d'oro massiccio, la più grande che l'occhio umano abbia mai conosciuto. Leggende remote, le cui radici più profonde si perdono in epoche ben più barbare di quelle che noi possiamo immaginare, narrano di essa come di una divinità primordiale scaturita dal caos primigenio o addirittura antecedente ad esso. Lungi dal voler qui intraprendere una rigorosa quant'inutile disquisizione di carattere metafisico che, come sempre accade al giorno d'oggi per le questioni astratte o di principio, finirebbe per scatenare un'oziosa battaglia in squallide tavole rotonde tra più o meno alte personalità ed eminenze del sedicente mondo culturale e scientifico, ci sentiamo in diritto (e si perdoni dunque la nostra presunzione) di aderire alla tesi, sostenuta invero da non poche menti eccelse, che vuole la genesi della gabbia pressoché contestuale a quella dell'uomo, o leggermente posteriore ad essa.

E' cosa certa e del resto nota praticamente a tutti, persino ai più distratti e ignavi, la preesistenza della gabbia alla meravigliosa città che la accoglie e che intorno ad essa è stata mirabilmente costruita. L'immensa piazza lastricata di marmo pario, sulla quale è collocata la gabbia d'oro massiccio, rappresenta, al pari dell'edificazione delle piramidi, uno di quei misteri dal fascino irresistibile che attraversano intatti il corso della storia e che paiono sempre prossimi ad essere svelati ma che invariabilmente gli studi e le ricerche dell'uomo finiscono per scalfire soltanto in apparenza. Come fu possibile lastricare la piazza quando la gabbia era già presente sul posto e precisato una volta per tutte (ma ce n'era poi bisogno?) che la pavimentazione di marmo pario si estende, senza ombra di dubbio, anche al disotto di essa e non soltanto d'intorno? Una congerie variopinta di risposte possibili o probabili si contrappone debolmente a questa precisa domanda che ha finito per assumere nel corso dei secoli l'aspetto del rompicapo. Fra le tante ipotesi formulate ne citeremo due soltanto, in qualche modo estreme e opposte. Ciò al solo scopo di soddisfare almeno in parte la prevedibile curiosità dei lettori.

Secondo la prima, la piazza sarebbe stata costruita lavorando, per così dire, da sotto. Progettisti indicibilmente presuntuosi, incuranti del tempo e degli sforzi necessari, avrebbero messo in opera nel sottosuolo il più gigantesco e assurdo cantiere concepibile, sfruttando in sostanza, e per dirla in parole povere, l'idea di una sorta di miniera rovesciata, a forma di cono capovolto, i cui lavori sarebbero proceduti dal basso verso l'alto e in continua espansione, attraverso una serie infinita di cunicoli e gallerie sorretti prima ancora che dalla materia e da drammatici studi ingegneristici, dalle preghiere degli uomini. Secondo questa ipotesi, definita possibile, il cui grado di dettaglio appare sinceramente ridicolo, i lavori sarebbero durati all'incirca 572 anni e utilizzando tecniche progressivamente più sofisticate sarebbero costati la vita a non meno di 77.000 schiavi delle terre barbare.

La seconda ipotesi, avanzata da alcuni studiosi del diciannovesimo secolo, si contrappone decisamente alla prima, supponendo la costruzione della piazza per sollevamento prolungato della gabbia mediante potenti argani. Secondo questi valenti studiosi la gabbia sarebbe rimasta sollevata da terra per un periodo di circa sette anni grazie allo sforzo di uomini e bestie che, alternati in turni di otto ore durante l'intero arco della giornata, avrebbero posto rimedio all'insuccesso della prima soluzione adottata e consistente nel costruire possenti impalcature sotto la gabbia una volta alzata dal suolo. Il fallimento di cui si parla e che sembrerebbe essere confermato dalla presenza di certe ammaccature nel prezioso metallo, alla base della gabbia sul lato che guarda ad oriente, avrebbe causato, a quanto pare nel secondo mese di lavoro, la morte di migliaia di schiavi. Questa ipotesi non nasconde che 1'immane opera, nel suo complesso, costò la vita ad una buana fetta dell'umanità di allora, tuttavia e forse saggiamente, quasi con un senso di pudore, non si spinge fino a fare previsioni numeriche sulle vittime e da ciò scaturisce, se non proprio il suo punto debole, la perplessità e in fondo l'insoddisfazione che molti provano per essa.

Confrontando le due ipotesi, ma anche tutte le altre che si pongono a metà via e talvolta in modo alquanto bizzarro tra di esse, e cercando di trarre qualche conclusione plausibile, è immediato dedurre che soltanto la morte le accomuna senza eccezioni: la morte di un imprecisato e terribile numero di schiavi per la costruzione della grande piazza, bianca come l'avorio.
Raggiunta questa inconfutabile verità che è la morte, possiamo procedere senza esitazione alcuna, lasciandoci alle spalle la nebulosa storia della mitica costruzione.

La Città dei Sogni, sita nel deserto delle sabbie rosse ai piedi della Montagna Sacra, è quanto di più straordinario gli uomini abbiano potuto concepire e realizzare. Non a caso, molti avanzano l'ipotesi che un'entità superiore e aliena, uno spirito divino disceso dalle immensità celesti e vibrante nell'aria come un suono impercettibile e incessante, si sia in realtà impadronito, invadendole gentilmente, delle menti degli uomini per guidarle nella costruzione della grandiosa opera. Come tutti sanno, prima ancora delle meraviglie che essa racchiude, la Città dei Sogni ha in sé, quale caratteristica principale e portentosa, l'assoluta e più totale indifferenza nei confronti del tempo. Essa è e sempre sarà com'era allora, almeno finché vi saranno occhi umani pronti a schiudersi e a perdersi dolcemente negli spazi illimitati. Nessuno può descrivere con esattezza e a cuor leggero le fantastiche bellezze che hanno reso autentica poesia le architetture e la geometria delle strade di questa città a noi cosi cara e alla quale, almeno una volta al giorno, rivolgiamo i nostri pensieri più reconditi e lievi. E' poi pressoché certo, e non esitiamo a sottoscrivere con pieno senso di responsabilità questa affermazione, che tutti prima o poi abbiano fatto visita in ogni epoca alla città millenaria. E crediamo fermamente che poche verità abbiano più forza di questa. Tutti hanno finito per entrare, almeno una volta, nella Città dei Sogni e una volta dentro non hanno avuto alcuna esitazione, ripensamento o rimorso, nell'abbandonarsi al dolce oblio che essa produce e nel cui eterno incanto, simile alla perfezione del nulla, l'anima rapita si getta ebbra di piacere astratto come in un vortice rutilante e senza fine. Nella Città dei Sogni, il tempo, quale noi lo concepiamo in qualunque altro luogo di questa terra, si è fermato da sempre e l'apparente contraddizione di termini è in realtà la verità prima, il mistero stesso della creazione. Ora noi vediamo che questa città di onirica bellezza, tramandataci dai nostri più remoti antenati nel corso dei millenni, e come detto immutabile, in qualche modo e seppure in modestissima misura, ci appartiene e dunque , con sgomento del tutto giustificabile, proprio di certe scoperte piacevoli e allo stesso tempo veicoli di sottile inquietudine, finiamo per sentirla un po' come nostra. E in verità, non v'è nulla di più esatto. E' piuttosto l'incompletezza del nostro possesso a renderci inquieti e talvolta persino frustrati.

Giungendo da occidente, le porte d'oro sempre aperte della Città dei Sogni accolgono il viaggiatore assetato con la rassicurante serenità di un abbraccio paterno e, una volta all'interno, all'occhio umano si mostra uno spettacolo di splendore inimmaginabile. Strade ampie lastricate di marmo pario e ameni giardini pensili sempre in fiore che emanano profumi discreti, capaci di trasportare il viaggiatore in una dimensione mistica e imperturbabile; silenziosi templi sulle cui perfette armonie geometriche di linee lo sguardo umano può trovare quiete e riposo; palazzi principeschi la cui bellezza incomparabile, fatta di agili simmetrie e semplici soluzioni plastiche, sfida la più ardita e ispirata immaginazione delle fiabe; canali e piccole cascate ove acque limpide fluiscono senza posa, producendo un gentile sottofondo musicale che accompagna il viaggiatore in ogni istante del suo passaggio; fontane zampillanti innalzano al cielo senza nubi il loro getto sinuoso e ammiccante. Nella parte più a settentrione della città, colossali templi di ossidiana rimandano riflessi al sole di mezzogiorno che, qui soltanto, accarezza la terra rigogliosa senza bruciarla. Nelle tiepide ore notturne il viaggiatore sognante vaga per i colonnati, assapora la fragranza dell'aria in cui si mescolano alla perfezione i profumi più disparati, siede sugli immensi scalini dei templi, abbraccia la fredda nudità della pietra e cullato dalla musica delle acque sotto lo sguardo misterioso di Astarte, si addormenta. E tutto tace; passi silenziosi si odono soltanto se desiderati. La luna rischiara con i suoi raggi invisibili la città senza ombre. Il risveglio del viaggiatore è dolce, più naturale di quanto lo si possa immaginare in qualunque altro luogo, perché nella Città dei Sogni tutto fluisce senza soluzione di continuità.

Ogni questione e ogni cosa hanno sempre, bene o male, un punto centrale, per così dire, culminante, che noi chiameremo (soltanto per nostro capriccio, ma anche per amor di definizione) l'acme dell'essenza. Tutte le strade e tutte le linee dei templi, dei palazzi, dei giardini e dei canali della Città dei Sogni, confluiscono nella grande piazza, al centro della quale è posta l'immensa gabbia d'oro massiccio. Ed è certo ben più corretto dire che tutto, l'intera città, emana da essa. Nulla confluisce dunque, ma tutto è esplosione geometrica e simmetrica di essa: la gabbia è l'acme dell'essenza. E se questa è la logica conseguenza di un disegno che non è del nostro mondo, dobbiamo concludere che l'inconscio degli uomini è stato nutrito mirabilmente. Perché sicuramente, e molti se ne saranno accorti, nulla è stato lasciato al caso.

Per gettare un po' di luce su tutta la questione siamo costretti, di certo malvolentieri, a servirci del mito e della leggenda, e ben consci di poter così suscitare le ire, il disprezzo e persino il raccapriccio degli spiriti più illuminati, ci sentiamo in dovere, prima di procedere, di mettere in guardia i lettori (speriamo non già sparuti) della tremenda pericolosità di ciò che tra poco si andrà ad esporre. Orgogliosi di aver fatto il nostro dovere in risposta ad un incorruttibile senso di responsabilità, seppure malinconicamente consapevoli del danno a cui ci esponiamo (la defezione dei lettori più razionali e importanti), andiamo ora a spogliarci del comune senso del pudore e ad immergerci nelle putride acque dell'irrazionale.

La gabbia d'oro massiccio, checché ne dicano certi fanfaroni mai stanchi di vantarsi delle proprie inverosimili imprese, è sempre stata vuota. E quando diciamo vuota, intendiamo dire che mai nessuno ha osato entrarvi , neppure sacerdoti e presunti semidei dell'antichità. La gabbia, che è un grande cubo il cui lato misura 77 metri, presenta tra una sbarra e l'altra una distanza di poco inferiore ai sette metri. Al giorno d'oggi, epoca che non ha rispetto di nulla, potremmo stendere da un capo all'altro della gabbia una rotaia e farla così attraversare da un treno. Tuttavia, neppure in questi giorni bui qualcuno si sognerebbe di fare una cosa simile. In realtà, nessuno osa mettere anche un solo piede all'interno della gabbia. Perché direte voi? Come è possibile avvenga una tal cosa in un'epoca di grandi conquiste come la nostra? Simili domande sorgono naturali e sono antiche almeno quanto l'uomo, tuttavia non intendiamo rispondere ad alcuna di esse e in luogo di una semplice risposta, com'é nella nostra più intrinseca natura (e perdonateci, in fondo almeno un po' di pietà pensiamo di meritarla), preferiamo attingere dal ricco patrimonio di leggende fiorite nel corso della storia, e raccontarvi un piccolo aneddoto.

Si narra che in un tempo imprecisato ma non troppo lontano a noi, un uomo entrò nell'immensa gabbia d'oro massiccio. Di quest'uomo sappiamo poco: non era un principe né un re e neppure un religioso. Se fosse un asceta, a noi non fu detto. Era forse un carpentiere o peggio ancora un mendicante. Si sa solo che imprecava contro tutto e tutti e che odiava l'arte e i suoi discepoli. Quest'uomo è noto agli appassionati di aneddoti e rebus come il Prigioniero, e d'ora in poi così lo chiameremo. Dunque, il Prigioniero, una volta entrato nella gabbia per chissà quali ragioni personali, poté immediatamente constatare in sé un grande cambiamento. Tutt’a un tratto, e con immenso stupore, egli smise di imprecare contro il mondo e tacque come mai aveva fatto prima. Era il crepuscolo e il cielo bruciava rapidamente fondendo la sua rossa distesa con le dune del deserto. Il Prigioniero alzò lo sguardo in direzione del sole morente e di colpo si sentì invaso da una gioia irrefrenabile: per la prima volta nella sua esistenza egli fu libero come nessuno era mai stato. Sentì la libertà impadronirsi di lui, salire dentro il suo corpo con una forza inarrestabile e sconosciuta. Per qualche tempo, si narra ch'egli divenne l'ottava meraviglia del mondo. Uomini e donne da ogni angolo del pianeta si recavano nella Città dei Sogni per vederlo e per parlargli. Tutti desideravano più di ogni altra cosa conoscere l'uomo veramente libero che, al centro dell'immensa gabbia d'oro, stava vivendo l'esperienza della libertà e che ben presto avrebbe anche sperimentato tutto il peso di questa. I più grandi pittori dell'epoca si radunavano, con i loro cavalletti e le loro tavolozze e colori, intorno alla gabbia per dipingere il sorriso più grandioso, più fiero e sincero che si fosse mai visto. Il Prigioniero, illuminato dalla libertà, distribuiva prodigalmente la sapienza acquisita e si mostrava con tutti disponibile e cortese. Mai la Città dei Sogni conobbe giorni più straordinari di quelli.

Le piazze brulicavano ad ogni ora di un'allegra folla multicolore e ogni pretesto pareva buono per far festa. Uomini e donne si lasciavano andare a qualunque genere di eccessi, eppure tutto sembrava giusto e naturale. Nulla appariva proibito perché ogni cosa, gesto o atto che fosse, si accordava in perfetta armonia con la natura stessa del mondo. Si trattava tuttavia di gioia effimera, destinata a svanire con la stessa velocità con cui era sorta improvvisa. La fine di quel paradiso ebbe inizio quando il Prigioniero cominciò a manifestare i primi segni di stanchezza. Egli prese a rispondere malvolentieri alle domande che gli venivano poste e una crescente insofferenza si impadronì di lui. Un'inquietudine strisciante incominciò a Serpeggiare tra le genti che affollavano la Città dei Sogni e tra queste molti tornarono rapidamente a desiderare la silenziosa solitudine che accompagnava le loro passeggiate lungo le ampie strade lastricate al suono discreto dell'acqua fluente. In breve tempo, agli occhi di ciascuno la città si svuotò. Il rispetto e l'ammirazione che tutti avevano per il Prigioniero si trasformarono ben presto in odio e disprezzo. Questi, a dar credito alla storia, pare soffrisse di un senso di oppressione crescente, sempre più insopportabile. Ai pochi che in quei giorni, rivolgendogli ancora la parola, domandavano il perché di tanta angoscia e sofferenza, il Prigioniero era solito rispondere: "Neppur io so spiegarmi il motivo di tanta pena. So soltanto che mi sento sprofondare, come schiacciato dal peso di secoli di storia....."

Dopo qualche tempo e di certo all'improvviso, forse nel sonno violentato dagli incubi, il dolore come per incanto scomparve. Nello stesso istante, e al riguardo non v'è dubbio, nella deserta Città dei Sogni fece la sua comparsa un nuovo personaggio di questa storia, per l'esattezza un fantasma noto come il Guardiano. Quando il Prigioniero, liberato dalla sofferenza, lo vide, scoppiò a ridere e nulla al mondo riuscì più a fermarlo.
Dunque ora, potete immaginare questa scena alquanto bizzarra: la Città dei Sogni splendente nelle sue meraviglie, l'immensa gabbia d'oro massiccio all'acme dell'essenza e al centro di questa l'uomo che ride come un folle, il Prigioniero che scruta con occhio beffardo un fantasma, il Guardiano che gira intorno alla gabbia e non fa altro che girare.......
Nessuno ha più voluto vederli, questi enigmatici personaggi: tutti hanno dimenticato e in fondo è questo il senso della storia. Ciascuno cammina per proprio conto nella Città dei Sogni, facendo finta di nulla, fingendosi ignaro della triste verità. E a ben vedere, tutto avrebbe infine funzionato se qualcosa non fosse stato lasciato, nella più remota preistoria, all'uomo in eredità.

Non possiamo far altro che concludere, in perfetto accordo con altri nostri colleghi, che l'immensa gabbia d'oro massiccio, collocata al centro della più importante piazza della Città dei Sogni, è il più ironico monumento alla libertà che mai sia stato eretto su questo pianeta.

 
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