Al centro
della più importante piazza della Città dei
Sogni, eredità inestimabile del mondo antico, è
collocata da tempo immemorabile una immensa gabbia d'oro massiccio,
la più grande che l'occhio umano abbia mai conosciuto.
Leggende remote, le cui radici più profonde si perdono
in epoche ben più barbare di quelle che noi possiamo
immaginare, narrano di essa come di una divinità primordiale
scaturita dal caos primigenio o addirittura antecedente ad
esso. Lungi dal voler qui intraprendere una rigorosa quant'inutile
disquisizione di carattere metafisico che, come sempre accade
al giorno d'oggi per le questioni astratte o di principio,
finirebbe per scatenare un'oziosa battaglia in squallide tavole
rotonde tra più o meno alte personalità ed eminenze
del sedicente mondo culturale e scientifico, ci sentiamo in
diritto (e si perdoni dunque la nostra presunzione) di aderire
alla tesi, sostenuta invero da non poche menti eccelse, che
vuole la genesi della gabbia pressoché contestuale
a quella dell'uomo, o leggermente posteriore ad essa.
E' cosa certa e del resto nota praticamente a tutti, persino
ai più distratti e ignavi, la preesistenza della gabbia
alla meravigliosa città che la accoglie e che intorno
ad essa è stata mirabilmente costruita. L'immensa piazza
lastricata di marmo pario, sulla quale è collocata
la gabbia d'oro massiccio, rappresenta, al pari dell'edificazione
delle piramidi, uno di quei misteri dal fascino irresistibile
che attraversano intatti il corso della storia e che paiono
sempre prossimi ad essere svelati ma che invariabilmente gli
studi e le ricerche dell'uomo finiscono per scalfire soltanto
in apparenza. Come fu possibile lastricare la piazza quando
la gabbia era già presente sul posto e precisato una
volta per tutte (ma ce n'era poi bisogno?) che la pavimentazione
di marmo pario si estende, senza ombra di dubbio, anche al
disotto di essa e non soltanto d'intorno? Una congerie variopinta
di risposte possibili o probabili si contrappone debolmente
a questa precisa domanda che ha finito per assumere nel corso
dei secoli l'aspetto del rompicapo. Fra le tante ipotesi formulate
ne citeremo due soltanto, in qualche modo estreme e opposte.
Ciò al solo scopo di soddisfare almeno in parte la
prevedibile curiosità dei lettori.
Secondo la prima, la piazza sarebbe stata costruita lavorando,
per così dire, da sotto. Progettisti indicibilmente
presuntuosi, incuranti del tempo e degli sforzi necessari,
avrebbero messo in opera nel sottosuolo il più gigantesco
e assurdo cantiere concepibile, sfruttando in sostanza, e
per dirla in parole povere, l'idea di una sorta di miniera
rovesciata, a forma di cono capovolto, i cui lavori sarebbero
proceduti dal basso verso l'alto e in continua espansione,
attraverso una serie infinita di cunicoli e gallerie sorretti
prima ancora che dalla materia e da drammatici studi ingegneristici,
dalle preghiere degli uomini. Secondo questa ipotesi, definita
possibile, il cui grado di dettaglio appare sinceramente ridicolo,
i lavori sarebbero durati all'incirca 572 anni e utilizzando
tecniche progressivamente più sofisticate sarebbero
costati la vita a non meno di 77.000 schiavi delle terre barbare.
La seconda ipotesi, avanzata da alcuni studiosi del diciannovesimo
secolo, si contrappone decisamente alla prima, supponendo
la costruzione della piazza per sollevamento prolungato della
gabbia mediante potenti argani. Secondo questi valenti studiosi
la gabbia sarebbe rimasta sollevata da terra per un periodo
di circa sette anni grazie allo sforzo di uomini e bestie
che, alternati in turni di otto ore durante l'intero arco
della giornata, avrebbero posto rimedio all'insuccesso della
prima soluzione adottata e consistente nel costruire possenti
impalcature sotto la gabbia una volta alzata dal suolo. Il
fallimento di cui si parla e che sembrerebbe essere confermato
dalla presenza di certe ammaccature nel prezioso metallo,
alla base della gabbia sul lato che guarda ad oriente, avrebbe
causato, a quanto pare nel secondo mese di lavoro, la morte
di migliaia di schiavi. Questa ipotesi non nasconde che 1'immane
opera, nel suo complesso, costò la vita ad una buana
fetta dell'umanità di allora, tuttavia e forse saggiamente,
quasi con un senso di pudore, non si spinge fino a fare previsioni
numeriche sulle vittime e da ciò scaturisce, se non
proprio il suo punto debole, la perplessità e in fondo
l'insoddisfazione che molti provano per essa.
Confrontando le due ipotesi, ma anche tutte le altre che si
pongono a metà via e talvolta in modo alquanto bizzarro
tra di esse, e cercando di trarre qualche conclusione plausibile,
è immediato dedurre che soltanto la morte le accomuna
senza eccezioni: la morte di un imprecisato e terribile numero
di schiavi per la costruzione della grande piazza, bianca
come l'avorio.
Raggiunta questa inconfutabile verità che è
la morte, possiamo procedere senza esitazione alcuna, lasciandoci
alle spalle la nebulosa storia della mitica costruzione.
La Città dei Sogni, sita nel deserto delle sabbie rosse
ai piedi della Montagna Sacra, è quanto di più
straordinario gli uomini abbiano potuto concepire e realizzare.
Non a caso, molti avanzano l'ipotesi che un'entità
superiore e aliena, uno spirito divino disceso dalle immensità
celesti e vibrante nell'aria come un suono impercettibile
e incessante, si sia in realtà impadronito, invadendole
gentilmente, delle menti degli uomini per guidarle nella costruzione
della grandiosa opera. Come tutti sanno, prima ancora delle
meraviglie che essa racchiude, la Città dei Sogni ha
in sé, quale caratteristica principale e portentosa,
l'assoluta e più totale indifferenza nei confronti
del tempo. Essa è e sempre sarà com'era allora,
almeno finché vi saranno occhi umani pronti a schiudersi
e a perdersi dolcemente negli spazi illimitati. Nessuno può
descrivere con esattezza e a cuor leggero le fantastiche bellezze
che hanno reso autentica poesia le architetture e la geometria
delle strade di questa città a noi cosi cara e alla
quale, almeno una volta al giorno, rivolgiamo i nostri pensieri
più reconditi e lievi. E' poi pressoché certo,
e non esitiamo a sottoscrivere con pieno senso di responsabilità
questa affermazione, che tutti prima o poi abbiano fatto visita
in ogni epoca alla città millenaria. E crediamo fermamente
che poche verità abbiano più forza di questa.
Tutti hanno finito per entrare, almeno una volta, nella Città
dei Sogni e una volta dentro non hanno avuto alcuna esitazione,
ripensamento o rimorso, nell'abbandonarsi al dolce oblio che
essa produce e nel cui eterno incanto, simile alla perfezione
del nulla, l'anima rapita si getta ebbra di piacere astratto
come in un vortice rutilante e senza fine. Nella Città
dei Sogni, il tempo, quale noi lo concepiamo in qualunque
altro luogo di questa terra, si è fermato da sempre
e l'apparente contraddizione di termini è in realtà
la verità prima, il mistero stesso della creazione.
Ora noi vediamo che questa città di onirica bellezza,
tramandataci dai nostri più remoti antenati nel corso
dei millenni, e come detto immutabile, in qualche modo e seppure
in modestissima misura, ci appartiene e dunque , con sgomento
del tutto giustificabile, proprio di certe scoperte piacevoli
e allo stesso tempo veicoli di sottile inquietudine, finiamo
per sentirla un po' come nostra. E in verità, non v'è
nulla di più esatto. E' piuttosto l'incompletezza del
nostro possesso a renderci inquieti e talvolta persino frustrati.
Giungendo da occidente, le porte d'oro sempre aperte della
Città dei Sogni accolgono il viaggiatore assetato con
la rassicurante serenità di un abbraccio paterno e,
una volta all'interno, all'occhio umano si mostra uno spettacolo
di splendore inimmaginabile. Strade ampie lastricate di marmo
pario e ameni giardini pensili sempre in fiore che emanano
profumi discreti, capaci di trasportare il viaggiatore in
una dimensione mistica e imperturbabile; silenziosi templi
sulle cui perfette armonie geometriche di linee lo sguardo
umano può trovare quiete e riposo; palazzi principeschi
la cui bellezza incomparabile, fatta di agili simmetrie e
semplici soluzioni plastiche, sfida la più ardita e
ispirata immaginazione delle fiabe; canali e piccole cascate
ove acque limpide fluiscono senza posa, producendo un gentile
sottofondo musicale che accompagna il viaggiatore in ogni
istante del suo passaggio; fontane zampillanti innalzano al
cielo senza nubi il loro getto sinuoso e ammiccante. Nella
parte più a settentrione della città, colossali
templi di ossidiana rimandano riflessi al sole di mezzogiorno
che, qui soltanto, accarezza la terra rigogliosa senza bruciarla.
Nelle tiepide ore notturne il viaggiatore sognante vaga per
i colonnati, assapora la fragranza dell'aria in cui si mescolano
alla perfezione i profumi più disparati, siede sugli
immensi scalini dei templi, abbraccia la fredda nudità
della pietra e cullato dalla musica delle acque sotto lo sguardo
misterioso di Astarte, si addormenta. E tutto tace; passi
silenziosi si odono soltanto se desiderati. La luna rischiara
con i suoi raggi invisibili la città senza ombre. Il
risveglio del viaggiatore è dolce, più naturale
di quanto lo si possa immaginare in qualunque altro luogo,
perché nella Città dei Sogni tutto fluisce senza
soluzione di continuità.
Ogni questione e ogni cosa hanno sempre, bene o male, un punto
centrale, per così dire, culminante, che noi chiameremo
(soltanto per nostro capriccio, ma anche per amor di definizione)
l'acme dell'essenza. Tutte le strade e tutte le linee dei
templi, dei palazzi, dei giardini e dei canali della Città
dei Sogni, confluiscono nella grande piazza, al centro della
quale è posta l'immensa gabbia d'oro massiccio. Ed
è certo ben più corretto dire che tutto, l'intera
città, emana da essa. Nulla confluisce dunque, ma tutto
è esplosione geometrica e simmetrica di essa: la gabbia
è l'acme dell'essenza. E se questa è la logica
conseguenza di un disegno che non è del nostro mondo,
dobbiamo concludere che l'inconscio degli uomini è
stato nutrito mirabilmente. Perché sicuramente, e molti
se ne saranno accorti, nulla è stato lasciato al caso.
Per gettare un po' di luce su tutta la questione siamo costretti,
di certo malvolentieri, a servirci del mito e della leggenda,
e ben consci di poter così suscitare le ire, il disprezzo
e persino il raccapriccio degli spiriti più illuminati,
ci sentiamo in dovere, prima di procedere, di mettere in guardia
i lettori (speriamo non già sparuti) della tremenda
pericolosità di ciò che tra poco si andrà
ad esporre. Orgogliosi di aver fatto il nostro dovere in risposta
ad un incorruttibile senso di responsabilità, seppure
malinconicamente consapevoli del danno a cui ci esponiamo
(la defezione dei lettori più razionali e importanti),
andiamo ora a spogliarci del comune senso del pudore e ad
immergerci nelle putride acque dell'irrazionale.
La gabbia d'oro massiccio, checché ne dicano certi
fanfaroni mai stanchi di vantarsi delle proprie inverosimili
imprese, è sempre stata vuota. E quando diciamo vuota,
intendiamo dire che mai nessuno ha osato entrarvi , neppure
sacerdoti e presunti semidei dell'antichità. La gabbia,
che è un grande cubo il cui lato misura 77 metri, presenta
tra una sbarra e l'altra una distanza di poco inferiore ai
sette metri. Al giorno d'oggi, epoca che non ha rispetto di
nulla, potremmo stendere da un capo all'altro della gabbia
una rotaia e farla così attraversare da un treno. Tuttavia,
neppure in questi giorni bui qualcuno si sognerebbe di fare
una cosa simile. In realtà, nessuno osa mettere anche
un solo piede all'interno della gabbia. Perché direte
voi? Come è possibile avvenga una tal cosa in un'epoca
di grandi conquiste come la nostra? Simili domande sorgono
naturali e sono antiche almeno quanto l'uomo, tuttavia non
intendiamo rispondere ad alcuna di esse e in luogo di una
semplice risposta, com'é nella nostra più intrinseca
natura (e perdonateci, in fondo almeno un po' di pietà
pensiamo di meritarla), preferiamo attingere dal ricco patrimonio
di leggende fiorite nel corso della storia, e raccontarvi
un piccolo aneddoto.
Si narra che in un tempo imprecisato ma non troppo lontano
a noi, un uomo entrò nell'immensa gabbia d'oro massiccio.
Di quest'uomo sappiamo poco: non era un principe né
un re e neppure un religioso. Se fosse un asceta, a noi non
fu detto. Era forse un carpentiere o peggio ancora un mendicante.
Si sa solo che imprecava contro tutto e tutti e che odiava
l'arte e i suoi discepoli. Quest'uomo è noto agli appassionati
di aneddoti e rebus come il Prigioniero, e d'ora in poi così
lo chiameremo. Dunque, il Prigioniero, una volta entrato nella
gabbia per chissà quali ragioni personali, poté
immediatamente constatare in sé un grande cambiamento.
Tutt’a un tratto, e con immenso stupore, egli smise
di imprecare contro il mondo e tacque come mai aveva fatto
prima. Era il crepuscolo e il cielo bruciava rapidamente fondendo
la sua rossa distesa con le dune del deserto. Il Prigioniero
alzò lo sguardo in direzione del sole morente e di
colpo si sentì invaso da una gioia irrefrenabile: per
la prima volta nella sua esistenza egli fu libero come nessuno
era mai stato. Sentì la libertà impadronirsi
di lui, salire dentro il suo corpo con una forza inarrestabile
e sconosciuta. Per qualche tempo, si narra ch'egli divenne
l'ottava meraviglia del mondo. Uomini e donne da ogni angolo
del pianeta si recavano nella Città dei Sogni per vederlo
e per parlargli. Tutti desideravano più di ogni altra
cosa conoscere l'uomo veramente libero che, al centro dell'immensa
gabbia d'oro, stava vivendo l'esperienza della libertà
e che ben presto avrebbe anche sperimentato tutto il peso
di questa. I più grandi pittori dell'epoca si radunavano,
con i loro cavalletti e le loro tavolozze e colori, intorno
alla gabbia per dipingere il sorriso più grandioso,
più fiero e sincero che si fosse mai visto. Il Prigioniero,
illuminato dalla libertà, distribuiva prodigalmente
la sapienza acquisita e si mostrava con tutti disponibile
e cortese. Mai la Città dei Sogni conobbe giorni più
straordinari di quelli.
Le piazze brulicavano ad ogni ora di un'allegra folla multicolore
e ogni pretesto pareva buono per far festa. Uomini e donne
si lasciavano andare a qualunque genere di eccessi, eppure
tutto sembrava giusto e naturale. Nulla appariva proibito
perché ogni cosa, gesto o atto che fosse, si accordava
in perfetta armonia con la natura stessa del mondo. Si trattava
tuttavia di gioia effimera, destinata a svanire con la stessa
velocità con cui era sorta improvvisa. La fine di quel
paradiso ebbe inizio quando il Prigioniero cominciò
a manifestare i primi segni di stanchezza. Egli prese a rispondere
malvolentieri alle domande che gli venivano poste e una crescente
insofferenza si impadronì di lui. Un'inquietudine strisciante
incominciò a Serpeggiare tra le genti che affollavano
la Città dei Sogni e tra queste molti tornarono rapidamente
a desiderare la silenziosa solitudine che accompagnava le
loro passeggiate lungo le ampie strade lastricate al suono
discreto dell'acqua fluente. In breve tempo, agli occhi di
ciascuno la città si svuotò. Il rispetto e l'ammirazione
che tutti avevano per il Prigioniero si trasformarono ben
presto in odio e disprezzo. Questi, a dar credito alla storia,
pare soffrisse di un senso di oppressione crescente, sempre
più insopportabile. Ai pochi che in quei giorni, rivolgendogli
ancora la parola, domandavano il perché di tanta angoscia
e sofferenza, il Prigioniero era solito rispondere: "Neppur
io so spiegarmi il motivo di tanta pena. So soltanto che mi
sento sprofondare, come schiacciato dal peso di secoli di
storia....."
Dopo qualche tempo e di certo all'improvviso, forse nel sonno
violentato dagli incubi, il dolore come per incanto scomparve.
Nello stesso istante, e al riguardo non v'è dubbio,
nella deserta Città dei Sogni fece la sua comparsa
un nuovo personaggio di questa storia, per l'esattezza un
fantasma noto come il Guardiano. Quando il Prigioniero, liberato
dalla sofferenza, lo vide, scoppiò a ridere e nulla
al mondo riuscì più a fermarlo.
Dunque ora, potete immaginare questa scena alquanto bizzarra:
la Città dei Sogni splendente nelle sue meraviglie,
l'immensa gabbia d'oro massiccio all'acme dell'essenza e al
centro di questa l'uomo che ride come un folle, il Prigioniero
che scruta con occhio beffardo un fantasma, il Guardiano che
gira intorno alla gabbia e non fa altro che girare.......
Nessuno ha più voluto vederli, questi enigmatici personaggi:
tutti hanno dimenticato e in fondo è questo il senso
della storia. Ciascuno cammina per proprio conto nella Città
dei Sogni, facendo finta di nulla, fingendosi ignaro della
triste verità. E a ben vedere, tutto avrebbe infine
funzionato se qualcosa non fosse stato lasciato, nella più
remota preistoria, all'uomo in eredità.
Non possiamo far altro che concludere, in perfetto accordo
con altri nostri colleghi, che l'immensa gabbia d'oro massiccio,
collocata al centro della più importante piazza della
Città dei Sogni, è il più ironico monumento
alla libertà che mai sia stato eretto su questo pianeta. |
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