L'INFERNO
DEGLI ESAMI
(Il testo in corsivo rappresenta la traccia vincolata del
Concorso)
Ikeda Hiro, un quasi diciottenne pacioccone e occhialuto,
fissava l'elenco appeso al cancello del Campus di Komaba.
Una sfilza di quattromilaottocentocinquantasei nomi. Ma il
suo non c'era. Non era stato ammesso a Todai, l'Università
di Tokyo. Per dieci minuti buoni restò lì paralizzato
dallo shock, tra le centinaia di altri studenti con indosso
le uniforme scure degli istituti superiori e delle scuole
di ricupero. Chi piangeva in silenzio, chi si abbracciava
e improvvisava balletti. Era come se un angelo fosse sceso
dal Cielo per dispensare a qualche anima fortunata la promozione
al Paradiso e condannare i restanti all'Inferno. L'inferno
degli esami. Perché chiunque fallisca quella prova
e non intenda rassegnarsi a un ateneo minore, diventa un ronin,
un "samurai senza padrone", e trascorre l'anno (o
gli anni successivi) a prepararsi per ritentare. - Essere
un ronin vuol dire studiare ogni giorno, mattino pomeriggio
e sera, senza mai poter uscire. Uno strazio - dichiara Hiro.
- Come farsi vampirizzare la vita.
Hiro aveva frequentato il suo primo corso di ricupero durante
l'ultimo anno delle superiori. Fino ad allora non aveva mai
baciato una ragazza, non aveva bevuto birra se non in rarissime
occasioni e aveva sempre impiegato il tempo libero a giocare
con il computer (dove era imbattibile) o a costruire modellini
di navi militari, soprattutto della Seconda Guerra Mondiale.
Tutti svaghi innocenti che ora bisognava accantonare. Suo
padre, impiegato in una importante azienda elettronica, e
sua madre, casalinga, da sempre speravano di mandarlo alla
Todai.
Lui si era dimostrato un buon allievo e gli insegnanti stessi
lo avevano incoraggiato a proseguire gli studi. Ma per provarci
davvero bisognava investire almeno un milione di yen in corsi
di recupero. E se non ce l'avesse fatta? In quel caso i sogni
di un'altra famiglia di periferia sarebbero colati a picco
come una delle sue corazzate in miniatura.
Hiro chinò la testa e cominciò a dirigersi verso
la bicicletta, sua compagna inseparabile da anni, che l’avrebbe
riaccompagnato a casa come infinite altre volte in passato.
La bicicletta era appoggiata ad un albero. Non l’aveva
neanche legata, tanta la fretta, il desiderio di scoprire
quei risultati. La ruota inclinata su un lato e quel fanale
che fissava le radici sembravano quasi non avere il coraggio
di incrociare il suo sguardo miope. Si fermò per un
attimo e cambiò direzione. Decise di lasciarla dov’era.
Non seguiva un percorso preciso. Gli sguardi che incontrava
sembravano attraversarlo come la luce opaca che attraversa
un foglio di carta dipinto con il succo di limone. Nella sua
testa solamente l’immagine di quella interminabile lista
letta e riletta almeno dieci volte e ogni volta come la precedente
il suo nome non c’era. Non ricordava le facce, non ricordava
le lacrime o gli abbracci. Solamente un vuoto: lo spazio bianco
tra quei due nomi che, in ordine alfabetico, erano uno prima
e l’altro poi.
Era l’estate del 1999.
Passarono due giorni e Hiro non aveva ancora detto niente
ai suoi genitori i quali non riuscivano a comprendere questo
velo nero che ombreggiava il suo viso e che ogni volta che
chiedevano del risultato del test di ammissione venivano liquidati
con la scusa di un ritardo nella pubblicazione. Hiro aveva
bisogno di riflettere, di confessare a se stesso che aveva
fallito ma, ancor di più, aveva bisogno di trovare
un modo per informare i suoi dell’accaduto senza far
venir loro un infarto poiché davano la sua ammissione
più che sicura.
Era chiuso nella sua stanza da ore e i suoi occhi centellinavano
ogni metro di essa come se una voce lontana gli stesse urlando
di cercare lì dentro la soluzione. Steso sul letto
era circondato di poster di Madonna ai tempi di “Like
a virgin”, la locandina del film “Tora tora tora”,
il poster di Nakata. In uno scaffale, la collezione di videocassette
di Star Trek si alternava ai suoi modellini navali come in
un ponte virtuale tra ciò che siamo stati e il sogno
di ciò che non saremo mai.
Si alzò meccanicamente per riprendere gli occhiali
appoggiati sulla scrivania. Li trovò accanto al suo
vecchio libro di diritto privato dal titolo "quod
nullum est, nullum producit effectum”… “ciò
che è nullo, non produce alcun effetto”. Si voltò
per tornare a sdraiarsi sul letto quando, all’improvviso,
un’eco nella sua mente: “Ciò che è
nullo non produce effetto… non produce effetto…
non produce effetto…”.
Una luce nello sguardo: il venefico lume del “cattivo”
che c’è in ognuno di noi si impadronì
della sua anima, quel sottile filo che divide il bene dal
male era appena stato reciso. L’occhio rosso di HAL-9000
si era appena illuminato: se fosse riuscito a dimostrare che
il test di ammissione era da considerarsi nullo, che qualcuno
aveva copiato e che quindi le prove erano da invalidare, sarebbe
anche riuscito a ripetere il test e magari a superarlo!
Era la sua unica e ultima possibilità.
Fondamentalmente il piano consisteva nel trafugare dal magazzino
dell’Università qualche foglio contenente le
domande del test e nasconderli sotto alcuni banchi dell’aula
magna. Qualcuno prima o poi li avrebbe notati e sarebbe scoppiato
lo scandalo. A quel punto una reazione a catena avrebbe imposto
al Rettore la rielaborazione di tutti i test d’accesso.
Facile.
Quello era l’ultimo giorno possibile dato che all’indomani
si sarebbe svolta la sessione conclusiva di ammissione per
i candidati M-Z. La sera stessa Hiro si recò nuovamente
all’Università armato solo del suo zaino, per
la prima volta, senza libri. La bicicletta era ancora lì,
appoggiata ad un albero, con la ruota inclinata su un lato
e con il fanale che fissava le radici. Le mani gli sudavano
e le gocce di sudore sembravano trascinare, assieme al sale,
il ricordo di quel ragazzo quasi diciottenne pacioccone e
occhialuto.
Scavalcò il cancello che dava sull’entrata posteriore
e, per quanto l’Università coprisse una vasta
area, trovare il magazzino non fu poi così difficile.
Sapeva che le scatole sigillate contenenti i test d’ammissione
erano in magazzino perché involontariamente sentì
parlarne due professori il giorno stesso in cui compilò
il suo.
Si acquattò dietro un albero e attese, come un vero
samurai, che le nuvole coprissero la luna in modo da rendere
la sua figura meno nitida. Rapido e silenzioso, per quanto
il fisico glielo permettesse, individuò la porta d’accesso
secondaria, si avvicinò ad essa e, attraverso il vetro
protetto da una griglia di ferro, lontano una ventina di metri
lungo il corridoio del piano terra, intravide la porta del
magazzino. Ora la parte più difficile: trovare la maniera
di entrare senza far scattare l’allarme.
Hiro era già pronto a questo inconveniente. Nello zaino
si era portato una particolare scheda magnetica, costruita
dal padre, in grado di aprire la maggior parte degli ingressi
a chiusura elettronica. Le porte dell’Università,
guarda caso, erano tutte a chiusura elettronica. Superò
il primo ostacolo e, nell’avviarsi verso il magazzino,
udì dei rumori provenire dalle sue spalle: il vigilante
di turno, insospettito della presenza di una bicicletta davanti
all’entrata, aveva intrapreso un nuovo giro di controllo
e si stava avviando proprio verso di lui. E adesso?
Se Hiro fosse stato sorpreso con le mani nel sacco o meglio,
nello scatolone, avrebbe passato parecchio tempo a contare
le nuvole passando dall’inferno degli esami all’inferno
turco di “Fuga di mezzanotte”. Ma se gli fosse
andata bene? Se per una sola volta nella vita i suoi sogni
fossero diventati realtà? Di certo non avrebbe fallito
la sua seconda prova, di certo si sarebbe laureato prima degli
altri, di certo sarebbe diventato il top sul mercato, avrebbe
avuto un mucchio di ragazze e casse di birra da scolarsi con
gli amici, avrebbe buttato via tutti quei c… di modellini
che gli ingombravano la stanza e cambiato quel Pentium 100
ormai vecchio e superato. Proprio così.
Una nuova vita ormai albeggiava all’orizzonte…
Gentile redazione,
mi chiamo Ikeda Hiro. Ho letto di questo concorso e ho voluto
partecipare. Vi sto scrivendo dall’istituto penitenziario
Hayashi - Yamada di Tokyo.
Questa è la mia storia. |
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