Prima pagina
Presentazione
Nuovi autori
Rubriche
La Clessidra
Iscrizione al Circolo
Recensioni
Eventi
Convenzioni
Ufficio Stampa
Il Pendolo
Laboratorio di Poesia

Concorso "Romanzo collettivo"

Cristiano Sabbatini

L'INFERNO DEGLI ESAMI
(Il testo in corsivo rappresenta la traccia vincolata del Concorso)

Ikeda Hiro, un quasi diciottenne pacioccone e occhialuto, fissava l'elenco appeso al cancello del Campus di Komaba.
Una sfilza di quattromilaottocentocinquantasei nomi. Ma il suo non c'era. Non era stato ammesso a Todai, l'Università di Tokyo. Per dieci minuti buoni restò lì paralizzato dallo shock, tra le centinaia di altri studenti con indosso le uniforme scure degli istituti superiori e delle scuole di ricupero. Chi piangeva in silenzio, chi si abbracciava e improvvisava balletti. Era come se un angelo fosse sceso dal Cielo per dispensare a qualche anima fortunata la promozione al Paradiso e condannare i restanti all'Inferno. L'inferno degli esami. Perché chiunque fallisca quella prova e non intenda rassegnarsi a un ateneo minore, diventa un ronin, un "samurai senza padrone", e trascorre l'anno (o gli anni successivi) a prepararsi per ritentare. - Essere un ronin vuol dire studiare ogni giorno, mattino pomeriggio e sera, senza mai poter uscire. Uno strazio - dichiara Hiro. - Come farsi vampirizzare la vita.
Hiro aveva frequentato il suo primo corso di ricupero durante l'ultimo anno delle superiori. Fino ad allora non aveva mai baciato una ragazza, non aveva bevuto birra se non in rarissime occasioni e aveva sempre impiegato il tempo libero a giocare con il computer (dove era imbattibile) o a costruire modellini di navi militari, soprattutto della Seconda Guerra Mondiale. Tutti svaghi innocenti che ora bisognava accantonare. Suo padre, impiegato in una importante azienda elettronica, e sua madre, casalinga, da sempre speravano di mandarlo alla Todai.
Lui si era dimostrato un buon allievo e gli insegnanti stessi lo avevano incoraggiato a proseguire gli studi. Ma per provarci davvero bisognava investire almeno un milione di yen in corsi di recupero. E se non ce l'avesse fatta? In quel caso i sogni di un'altra famiglia di periferia sarebbero colati a picco come una delle sue corazzate in miniatura.


Hiro chinò la testa e cominciò a dirigersi verso la bicicletta, sua compagna inseparabile da anni, che l’avrebbe riaccompagnato a casa come infinite altre volte in passato. La bicicletta era appoggiata ad un albero. Non l’aveva neanche legata, tanta la fretta, il desiderio di scoprire quei risultati. La ruota inclinata su un lato e quel fanale che fissava le radici sembravano quasi non avere il coraggio di incrociare il suo sguardo miope. Si fermò per un attimo e cambiò direzione. Decise di lasciarla dov’era.
Non seguiva un percorso preciso. Gli sguardi che incontrava sembravano attraversarlo come la luce opaca che attraversa un foglio di carta dipinto con il succo di limone. Nella sua testa solamente l’immagine di quella interminabile lista letta e riletta almeno dieci volte e ogni volta come la precedente il suo nome non c’era. Non ricordava le facce, non ricordava le lacrime o gli abbracci. Solamente un vuoto: lo spazio bianco tra quei due nomi che, in ordine alfabetico, erano uno prima e l’altro poi.
Era l’estate del 1999.

Passarono due giorni e Hiro non aveva ancora detto niente ai suoi genitori i quali non riuscivano a comprendere questo velo nero che ombreggiava il suo viso e che ogni volta che chiedevano del risultato del test di ammissione venivano liquidati con la scusa di un ritardo nella pubblicazione. Hiro aveva bisogno di riflettere, di confessare a se stesso che aveva fallito ma, ancor di più, aveva bisogno di trovare un modo per informare i suoi dell’accaduto senza far venir loro un infarto poiché davano la sua ammissione più che sicura.
Era chiuso nella sua stanza da ore e i suoi occhi centellinavano ogni metro di essa come se una voce lontana gli stesse urlando di cercare lì dentro la soluzione. Steso sul letto era circondato di poster di Madonna ai tempi di “Like a virgin”, la locandina del film “Tora tora tora”, il poster di Nakata. In uno scaffale, la collezione di videocassette di Star Trek si alternava ai suoi modellini navali come in un ponte virtuale tra ciò che siamo stati e il sogno di ciò che non saremo mai.
Si alzò meccanicamente per riprendere gli occhiali appoggiati sulla scrivania. Li trovò accanto al suo vecchio libro di diritto privato dal titolo "quod nullum est, nullum producit effectum”… “ciò che è nullo, non produce alcun effetto”. Si voltò per tornare a sdraiarsi sul letto quando, all’improvviso, un’eco nella sua mente: “Ciò che è nullo non produce effetto… non produce effetto… non produce effetto…”.
Una luce nello sguardo: il venefico lume del “cattivo” che c’è in ognuno di noi si impadronì della sua anima, quel sottile filo che divide il bene dal male era appena stato reciso. L’occhio rosso di HAL-9000 si era appena illuminato: se fosse riuscito a dimostrare che il test di ammissione era da considerarsi nullo, che qualcuno aveva copiato e che quindi le prove erano da invalidare, sarebbe anche riuscito a ripetere il test e magari a superarlo!
Era la sua unica e ultima possibilità.
Fondamentalmente il piano consisteva nel trafugare dal magazzino dell’Università qualche foglio contenente le domande del test e nasconderli sotto alcuni banchi dell’aula magna. Qualcuno prima o poi li avrebbe notati e sarebbe scoppiato lo scandalo. A quel punto una reazione a catena avrebbe imposto al Rettore la rielaborazione di tutti i test d’accesso. Facile.

Quello era l’ultimo giorno possibile dato che all’indomani si sarebbe svolta la sessione conclusiva di ammissione per i candidati M-Z. La sera stessa Hiro si recò nuovamente all’Università armato solo del suo zaino, per la prima volta, senza libri. La bicicletta era ancora lì, appoggiata ad un albero, con la ruota inclinata su un lato e con il fanale che fissava le radici. Le mani gli sudavano e le gocce di sudore sembravano trascinare, assieme al sale, il ricordo di quel ragazzo quasi diciottenne pacioccone e occhialuto.
Scavalcò il cancello che dava sull’entrata posteriore e, per quanto l’Università coprisse una vasta area, trovare il magazzino non fu poi così difficile. Sapeva che le scatole sigillate contenenti i test d’ammissione erano in magazzino perché involontariamente sentì parlarne due professori il giorno stesso in cui compilò il suo.
Si acquattò dietro un albero e attese, come un vero samurai, che le nuvole coprissero la luna in modo da rendere la sua figura meno nitida. Rapido e silenzioso, per quanto il fisico glielo permettesse, individuò la porta d’accesso secondaria, si avvicinò ad essa e, attraverso il vetro protetto da una griglia di ferro, lontano una ventina di metri lungo il corridoio del piano terra, intravide la porta del magazzino. Ora la parte più difficile: trovare la maniera di entrare senza far scattare l’allarme.

Hiro era già pronto a questo inconveniente. Nello zaino si era portato una particolare scheda magnetica, costruita dal padre, in grado di aprire la maggior parte degli ingressi a chiusura elettronica. Le porte dell’Università, guarda caso, erano tutte a chiusura elettronica. Superò il primo ostacolo e, nell’avviarsi verso il magazzino, udì dei rumori provenire dalle sue spalle: il vigilante di turno, insospettito della presenza di una bicicletta davanti all’entrata, aveva intrapreso un nuovo giro di controllo e si stava avviando proprio verso di lui. E adesso?
Se Hiro fosse stato sorpreso con le mani nel sacco o meglio, nello scatolone, avrebbe passato parecchio tempo a contare le nuvole passando dall’inferno degli esami all’inferno turco di “Fuga di mezzanotte”. Ma se gli fosse andata bene? Se per una sola volta nella vita i suoi sogni fossero diventati realtà? Di certo non avrebbe fallito la sua seconda prova, di certo si sarebbe laureato prima degli altri, di certo sarebbe diventato il top sul mercato, avrebbe avuto un mucchio di ragazze e casse di birra da scolarsi con gli amici, avrebbe buttato via tutti quei c… di modellini che gli ingombravano la stanza e cambiato quel Pentium 100 ormai vecchio e superato. Proprio così.
Una nuova vita ormai albeggiava all’orizzonte…

Gentile redazione,
mi chiamo Ikeda Hiro. Ho letto di questo concorso e ho voluto partecipare. Vi sto scrivendo dall’istituto penitenziario Hayashi - Yamada di Tokyo.
Questa è la mia storia.

 
<<< Indietro