Vago annoiato e in solitudine.
Aggiungo passi lungo le strade della mia città. Mi
piace lasciarmi trasportare. Le strade mi parlano ed io so
ascoltarle. C’è buio, sporcizia, cattivo odore.
La gente passa indaffarata, incerta e stanca. La gente passa.
Le strade no. Anch’io passo, ma io ho tempo. Tanto tempo.
Un giorno, forse, deciderò che anch’io sarò
passato e allora prenderò l’unica strada che
ancora non conosco, l’unica che non ho mai percorso.
La intravedo negli occhi della gente. La lascio per ultima,
per assaporarla lentamente. Ogni centimetro avrà per
me e per me solo un gusto unico, inatteso. Come una vergine.
Non sono cattivo. Siamo solo prepotenti. I buoni e i moralisti
sono i più prepotenti di tutti. Sono sempre convinti
che ogni loro decisione sia giusta. E che il mondo giri grazie
a loro. Devono sempre risolvere tutto. Prepotenti e limitati.
Io preferisco i cattivi. Sono meno fasulli. Hanno un gusto
dolceamaro, vagamente retrò. Sono dei romantici un
po’ decadenti.
Ma in fondo neanche l’odio mi interessa. E’ faticoso,
ti distoglie da altre cose. Logora troppo. Non fa per me.
Io ci sono sempre stato. Questo è certo. Cosa sono,
è meno certo. Delle volte ho la coscienza di mille
vite, altre, ricordo vagamente qualche pensiero.
Anche i due uomini che incontrai poco fa, sono solo due pensieri
nella mia mente.
L’indice acuminato della mia mano destra è stato
lesto, preciso.
Di solito amo un bel taglio netto e pulito. Poco sangue e
niente urla. Un lavoro curato, come piace a me. L’unghia
penetra decisa due centimetri nel collo e poi con un piccolo
strattone recido. Tutto. Pelle, vene, trachea. Ogni strato
ha in sé un attrito diverso. La forza che metto nel
braccio sono onde che modifico con metodo a seconda di ciò
che trovo. Come un violinista con l’archetto. Ci vuole
una buona sensibilità per riuscire bene. E accompagnare
qualcuno lungo la strada della morte è un compito di
responsabilità, non può essere fatto con disordine.
Il colpo e la forza vanno dosati, curati. Troppa forza o troppo
impeto, non servono. Sono solo inutili. Ma se tutto è
compiuto a dovere, allora la vedo. Negli occhi consapevoli
fa capolino la mia strada sconosciuta. In quell’attimo
unico e magico in cui la vita abbandona il corpo, qualcosa
al di là del comprensibile si materializza e allora
posso vedere. Solo per un attimo.
E’ il mio sogno. La mia dannazione.
Il secondo uomo non è riuscito neanche a voltarsi.
Con un colpo ben assestato, l’ho tramortito appena,
giusto il tempo per essere sopra di lui.
Alla fine, con calma, ho ricomposto i corpi. C’è
rispetto in quello che faccio. Loro mi donano un attimo di
suprema conoscenza, io li ringrazio trattando con devozione
i loro corpi. Qualcuno può vedermi, e chiedersi cosa
sto facendo. Al massimo penseranno che siamo dei poveracci,
i soliti barboni. Se qualcuno se ne va, è un bene per
tutti. Chi li guarda pensa che soffriranno meno. In cuor loro,
con soddisfazione e sollievo, penseranno di non essere più
finalmente costretti a posarvi i loro sguardi.
Ma io, maestro di occhi, talvolta ho visto la mia strada anche
nei loro.
Poi, con fare pacato e metodico, mi aggiusto il cappotto,
sistemo i capelli e torno ad essere solo. Torno alle mie strade,
alla mia gente. A incrociare sguardi.
Questa mattina è successo un fatto. Una vera rarità.
Una di quelle cose, davvero insolite per me. Qualcuno mi ha
sorpreso. Ed io non mi sorprendo facilmente.
Ogni mattina alla stessa ora mi accendo una sigaretta all’entrata
di una metro. Tra il fumo e il freddo osservo la gente. Come
si muovono, cosa fanno. I loro visi e le loro gambe percorrono
veloci, in salita e in discesa, i gradini che portano ai binari.
Mi comunicano un groviglio di emozioni. Le loro emozioni sono
il mio cibo, la mia colazione del nuovo giorno. Sono come
un innamorato in attesa, che scarta con ansia i volti dei
passanti alla ricerca dell’unico in grado di aprirmi
al mondo. I loro sguardi saziano un appetito antico. Eppure,
oggi, mi sono accorto che nell’aria qualcosa si era
mosso. Forse fu solo un alito di vento in più, o una
piccola, impercettibile vibrazione nell’umidità
mattutina. Non so.
– Strano – pensai tra me. E come capita solo in
certi casi, mi misi in attesa di quel qualcosa che per vie
invisibili era arrivato fino a me.
Lo vidi arrivare. Poco dopo. Un uomo maturo, nella media,
sia per aspetto fisico che per condizione. Attirò l’attenzione
del mio sguardo perché al contrario di molti, era completo.
Lo osservai meglio. Era uscito da uno degli ultimi vagoni,
la testa era protesa al di sopra delle spalle come per calcolare
quanti “altri” erano davanti a lui. Sotto la camicia
leggermente azzurra e i pantaloni grigi di buon taglio si
percepiva un corpo curato. Una voce metallica ribadiva la
stazione, mentre il treno appena ripartito alzava un vento
carico di odori di sottosuolo e aria calda consumata. La giacca
aperta e svolazzante lo rendeva un po’ meno distaccato
dal resto del mondo. Camminava senza troppa fretta, come se
quel tempo in più, calcolato, servisse a rimestare
meglio trai i suoi programmi di quel giorno. In una mano stringeva
un ombrello, che lì sotto assumeva l’aspetto
di un giavellotto pronto a scagliarsi su chiunque lo avesse
ostacolato, nell’altra brandiva un cellulare. Arma anch’essa,
ma ben più feroce, perché occulta. A tracolla
portava una borsa, sicuramente pesante, perché la spalla
ne era incurvata malamente.
Venne così verso di me. Inconsapevole, mi gettò
giusto un’occhiata. Leggera. Tanto per chiarire punti
di riferimento, per saggiare l’esterno. Tempo, temperatura,
traffico e tutte le altre informazioni che in un istante raggiungono
il cervello.
A me bastò. Il suo sguardo appena accennato calò
come un pesce rosso nella retina del negoziante che lo ripone
con cura nel sacchetto di plastica grondante acqua. E venduto.
Gettai il resto della sigaretta a terra, ma non la spensi.
Mi allontanai di qualche passo per poi girarmi. Una ragazza
dall’aria nervosa pigiò il piede sulla mia cicca
luminosa. Peccato. Avevo perso la scommessa con me stesso.
Tutte le mattine voltandomi, spero che qualche Angelo o Diavolo,
venga a spegnere la mia sigaretta. Tutte le mattine torno
a voltare gli occhi su ciò che mi è davanti.
Decisi di seguirlo, senza farmi notare. Conoscere tempi e
luoghi è un buon metodo. Piano piano si accorgerà
di me, si farà domande, e il suo sguardo nel giro di
poco si arricchirà di consapevolezza e di altro.
- Bene, – pensai - il Gioco è iniziato. Possiamo
andare avanti. -
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IL GIOCO
Io sono Thol-Sabat.
Non ho inizio e non ho fine.
Non ho mente. La mia mente è ovunque.
Non ho corpo. I miei corpi sono i miei pensieri.
Io sono Thol-Sabat.
Tutte le cose sentono Thol-Sabat.
I viventi sono battiti.
Tutti i battiti sono uguali per Thol-Sabat.
Io procedo. Io osservo.
Io uso il tempo per capire. Io uso il tempo per agire.
Io sono il bene e il male.
Io sono la vita, Io sono la morte.
Io bramo solo Thol-Narat.
Egli mi è padre e fratello.
Ella mi è madre e sorella.
Manipolatrice e mediatore.
Finito e Infinito.
Viaggio di correnti interminabili.
Salgono e scendono. Girano e tornano.
Talvolta si uniscono. Talvolta si dividono.
Io sono il Creatore. Thol-Narat il Tempo.
Il presente
“La vecchia”
Gilihas si sedette piano ad un tavolo.
Il giorno stava volgendo al suo termine, ma la sala era ancora
vuota e profumava della brezza del mare che entrava dalle
finestre affacciate sulla banchina del grande porto. Agli
ormeggi, navi cariche dei ricchi frutti della sua terra erano
pronte a salpare non appena si fosse alzato il vento per l’altro
capo del mondo. Marinai in lontananza urlavano gli ultimi
ordini.
Intorno alla semplice costruzione che era bar, albergo, bazaar
e un po’ di tutto, un giardino, lussureggiante di piante
e fiori, inebriava il respiro e riempiva gli occhi di mille
colori brillanti.
Il capo coperto dal manto nero lasciava intravedere appena
i lunghi capelli corvini. Ai suoi piedi, sorniona, Eliju,
la grande pantera cieca cercava tra i rumori un suono in particolare.
La vecchia si avvicinò velocemente, curva, sporca e
sgraziata,
- Non avete ancora ordinato –
- Non ci siamo ancora presentati, Signora –
disse calmo Gilihas, per nulla turbato dal tono secco della
vecchia.
- Tutti mi conoscono e tutti vi conoscono. Seguitemi. –
Gilihas e la sua amica rispondendo immediatamente a quell’ordine
nient’affatto dissimulato, si alzarono silenziosamente.
Seguirono la strana vecchia in una stanzetta altrettanto unta
e sporca.
Indicò loro un altro tavolo, e portò una bottiglia
e un bicchiere per lui e latte fresco per Eliju. Compiaciuta,
la belva, emise uno sbuffo di puro compiacimento prima di
affondare il potente muso all’interno della ciotola.
Le orecchie bene all’erta.
Gilihas non bevve, fissò dall’alto la vecchia,
che gli arrivava al petto.
I capelli perlopiù bianchi erano raccolti confusamente
in una specie di elaborata crocchia sulla nuca ma ciuffi ribelli
e sciolti le ricadevano alla rinfusa sulle spalle rattrappite.
La veste leggera non nascondeva qua e la lo sporgere di piccole
ossa che la poca carne ricopriva con difficoltà. La
pelle nera come l’ebano era secca e una miriade di piccole
crepe rendeva la sua età indefinibile.
- Vedo che simboli nuovi si sono aggiunti ai vecchi –
gli disse fissandolo altrettanto intensamente.
- Come al solito, i tuoi occhi penetrano i miei segreti –
La voce calda e profonda di Gilihas era un sussurro. Solo
a parlarne una profonda emozione lo prendeva dal di dentro.
- E’ già da molto che hanno deciso di non fermarsi
più a scrutare i gusci vuoti di gente persa nel nulla
- e detto questo, scostò un lembo di stoffa.
Con le sue secche manine rugose, ma stranamente agili, prese
a seguire i contorni dei simboli tracciati sulla pelle viva.
Gilihas rabbrividì, pur non sottraendosi, al loro gelido
tocco.
- Cosa hai mai fatto perché essi fossero così
evidenti. Da troppo tempo non si vedeva una cosa simile. Devo
capire. –
La vecchia, slacciò definitivamente i lacci di pelle
che tenevano uniti i due lembi del mantello e scoprì
il torace nudo di Gilihas.
Si erse in tutta la sua piccola statura e iniziò a
osservare minuziosamente ogni dettaglio inciso sulle spalle
e sul petto dell’uomo. Linee sinuose sembravano rincorrersi
sulla pelle viva, alcune più leggere, altre più
profonde. Tutte dolorose.
- Signora, non andate oltre. Posso sentirne ogni centimetro
ma parlano un linguaggio che non conosco -
- E non lo saprai. Essi vivono. Non si fermeranno. –
detto questo, la vecchia si
riaccartocciò su se stessa, sembrando ancora più
piccola. La sua volontà la abbandonò e parve
perdersi in pensieri lontani e difficili, il viso si oscurò,
poi in un istante, tornò in sé.
- Come vi sentite ? – Il viso di Gilihas si chinò
fino quasi a sfiorarle le rughe ed
un odore di spezie lo invase.
- Non ci provare con me, Thol-Sabath!. Ti conosco e non ti
temo. Sparisci da
qui. – con uno scatto fulmineo e imprevedibile, la vecchia
cadde a terra e strisciò di lato . Un sibilo terribile
uscì dalle sue labbra. La pantera cieca si alzò
all’istante pronta all’attacco. Per un attimo
tutti i vetri tremarono e tutti gli animali, nel raggio di
chilometri, si fermarono immobili.
Poi Gilihas si riscosse come stordito. - E’ successo,
vero ? -
Aiutò la vecchia ad alzarsi ma era troppo difficile
quel contatto diretto con lei ….. e le mani forti e
nodose dell’uomo persero la presa, come se il braccio
rinsecchito fosse metallo incandescente.
- Andiamo Gilihas, non ho tempo da perdere. Prendi le tue
cose e andiamocene. Devo affrettarmi, il cielo e le stelle
non ci aspetteranno stanotte. – e dirigendo lo sguardo
all’animale - Eliju, vieni cara. – la pantera
voltandosi andò a strusciarsi affettuosa addosso a
quell’insolita vecchia sudicia e uscirono sul viottolo
di fronte al bazaar.
Odai, era il suo nome – Luce dell’Aurora –
nella sua lingua.
“La bambina”
Mi trovò così, nascosta in mezzo alla vegetazione,
mentre il sole mandava gli ultimi bagliori di un lussureggiante
giorno. Ero stremata e le piaghe ai piedi mi avevano costretta
a terra. Avevo la bocca arsa dalla sete. Non avevo paura.
- ….. E’ giunto.. . E’ giunto…. E’
giunto… – la Voce parlava dentro di me come se
un eco lontanissimo avesse finalmente destato la mia coscienza.
- ….. E’ giunto …. E’ qui….
– disse ancora la voce dentro di me. O forse erano i
suoni della foresta, o forse la sua anima, non so.
Due forti braccia mi alzarono d’improvviso. Ero solo
un piccolo peso. Poi un tenero canto mi accompagnò
lietamente finchè il sonno e la serenità non
mi trascinarono con loro. E per tutta la corsa dormii beata.
I ricordi tornarono in me come un fiume finalmente libero
dalle dighe. Come la terra secca si disseta delle prime piogge.
E insieme ai ricordi tornò anche la coscienza di ciò
che sono e di quanto potevo fare.
Fino ad allora avevo vagato a vuoto senza memoria e senza
storia. Da quel giorno seppi e non dimenticai più.
Il mio nome fu El Hai – Luce del Tramonto – nella
sua lingua.
Quando la raccolsi, abbandonata, con la schiena appoggiata
ed una fredda roccia ed i piedi distrutti da profonde piaghe,
per un attimo ma solo per la durata di quell’attimo
temetti per Lei. El Hai aveva occhi chiusi da un impasto di
terra ed erbe, il corpo di bambina era ricoperto da uno strato
di creta rossa per proteggere la pelle dal sole e dagli insetti.
Indossava una piccola veste intrecciata, segni rituali di
colore blu disegnavano arabeschi attorno ai polsi, collo e
caviglie. Piccole perline colorate erano state amorevolmente
intrecciate ai capelli, corti e ispidi.
Poi la voce che mi aveva condotto da Lei, rincuorò
il mio sconforto, e allora seppi che tutto era come doveva
essere perché cominciò ad intonare un lieto
canto. Così la sollevai. Piccola e leggera, come se
sapesse e capisse.
Attraversammo il lato più oscuro della foresta. Camminai
spedito con il mio prezioso carico tra le braccia. Eliju,
la pantera bianca, il Senai cieco da sempre, mia amica e compagna,
procedeva sicura nella notte davanti a noi. Ogni tanto si
voltava in attesa, in modo che mai il nostro odore scomparisse
tra quelli che arrivavano fino a lei. Con andatura decisa,
si faceva largo in mezzo al fogliame e sceglieva per noi il
percorso più sicuro. Ora un ruscello, ora un albero
maestoso interrompevano il nostro cammino, così dovevamo
deviare. Ma la notte era con noi, ci aveva inviato le sue
coltri per proteggerci e procedere nascosti.
“L’uomo curato”
in un normalissimo giorno d’autunno, uscivo da casa,
portando con me l’ombrello e l’ansia di chi non
riuscirà mai a fare tutte le cose programmate da lì
a dodici ore. Certo non avrei mai pensato di dover fare i
conti con una vita intera…….. e non solo.
Io vivo solo, odio i contrattempi, il traffico, le linee intasate.
Io prendo l’aereo tutte le settimane. Faccio la sauna,
vado in palestra e mangio biologico. Ho cura di me stesso.
La mia città è una metropoli moderna, l’odore
di sudore si mescola con quello dell’asfalto e si asciuga
con i condizionatori. Gli alberi li vedo quando attraverso
i giardini, e i grandi predatori allo zoo, se ne ho voglia.
Tutto il mondo ha le sue regole. Ed ognuno di noi ha un posto.
C’è chi le regole le fa e chi no.
Io uso il cellulare, internet. Gli sconvolgimenti climatici,
la salvaguardia dell’ambiente, la tutela dei diritti
ci interessano perché sono un business. Perché
senza non avremmo un buon imprinting sull’economia.
Cos’altro potremmo farcene? ….. Su, siamo seri,
per favore.
E’ solo roba per sognatori nostalgici. Documentari,
roba adatta per farci un film, o strumento di ricatto per
chi invece di lavorare, pretende di salvare il mondo. E
allora invece di affrontarlo si limita ad osservarlo. Comodi,
sono tutti comodi.
Noi mandiamo avanti tutto quì. Se non ci fossero quelli
come noi , voi non stareste lì con la penna in mano
a favoleggiare e a inventarvi soap-opera. Noi scriviamo i
giornali economici, operiamo in borsa, noi siamo le banche,
noi gestiamo, voi che fate? Vi mettete davanti ad un video
ipnotizzati da spiagge esotiche e viaggi in paradisi che esistono
solo per turisti. Non si può a giocare per sempre,
siamo adulti.
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Brandelli.
Oggi sono malinconica.
I miei pensieri prendono pieghe irregolari e mi indispongono.
La mia cattiva coscienza e il senso concreto delle cose mi
obbligano a rimanere lucida e attenta. Eppure…. Eppure
ci sono volte, come oggi, in cui la malinconia non è
sinonimo di non vita, ma anzi contiene in sé mille
espressioni. La coscienza di esse, il leggero affrontare di
ogni spigolo con cui sono fatte, non le rende meno reali,
solo meno dolorose. E di qui la malinconia.
Piccoli grandi malesseri, felicità appena accennate,
veicoli di grandi sogni e ricerca di speranza.
Tentare di descriverla, entrare profondamente in essa, percepirne
il carattere per descriverne i tratti, come fosse il viso
di qualcuno che si ama, con la stessa consapevolezza di volerlo
possedere e illudersi della felicità di quanto quest’atto
può dare. Come se il possedere debba racchiudere in
sé la nostra tranquillità o il pieno appagamento.
E la realtà è che in realtà non si possiede
nulla alla fine, neanche se stessi.
Ma forse la malinconia è tutta qui.
Nell’illusione del mancato reale o nella certezza di
un sogno o di un ideale.
Certo sono momenti di puro e profondo egoismo che da una parte
prendono, dall’altra restituiscono.
Restituiscono parte di una dimensione sospesa e in bilico.
Forse la malinconia oggi mi serve per accettare questo equilibrio
precario tra il mondo al di là dei miei occhi fondamentalmente
visibile nella sua realtà, e tutto ciò che invece
è al di qua. Invisibile e oscuro.
Forse… o forse no.
Nel senso che infine è nella ricerca di comprensione
della mia malinconia che essa stessa trova motivo di esistere.
Senza di essa non potrei mai affrontare di sentirmi qui, proprio
ora.
Senza di essa non comprenderei l’espandersi volumetrico
di sensazioni a tuttotondo, che permeano ogni mio singolo
gesto o leggera intonazione della voce.
Il leggero reclinare del viso verso una spalla, o volgere
gli occhi in uno sguardo serio e concentrato, diventano gesti
carichi di una tale quantità di malinconia da infondere
ad ognuno di essi uno spessore che modifica l’aria stessa
di cui si avvolgono così infinitamente, da ripercuotersi
su chiunque abbia, sottilmente, uno spirito non dissimile.
Una specie di diapason sintonizzato su una nota leggermente
diversa. Come un la con un solo pezzetto di tono più
su. O più giù.
E’ nella loro vibrazione unisona, nella medesima timbrica
leggermente atona, nella prepotenza di questa unione fuori
da schemi logici, che rendono possibile alla malinconia di
denudare impudicamente la medesima realtà o la medesima
illusione. Il resto sono solo conseguenze che obbligano me
stessa, posta inevitabilmente al loro nudo cospetto, ad abbassare
il capo, accettando incondizionatamente il tempo a venire.
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