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Franco Massari

L'intervista

Ha scelto la lingua italiana per scrivere, ma la Germania per lavorare e vivere: percepisce la sua identità di scrittore a cavallo tra cultura italiana e quella mitteleuropea?
Volente o nolente, mi sento ormai mitteleuropeo. In fondo, già ai tempi della scuola amavo Oscar Wilde e Flaubert, mentre mi annoiavo col meticoloso e clericale Manzoni. Sintetizzo una certa differenza tra i tedeschi e gli altri europei, con un mio aforisma, pubblicato parecchi anni fa con Marzorati Editore, riguarda, più che l'editoria, la concezione etica tedesca del dopoguerra: i Tedeschi invidiano i Francesi perché possono parlare con entusiasmo di Napoleone, senza che essi possano farlo di Hitler. I Francesi invidiano i Tedeschi perché possono parlare con entusiasmo di salvare gli alberi, senza annoiarsi.

Invece, quali sono le differenze tra editoria italiana e tedesca che ha potuto scorgere dalla sua posizione di frontiera?
Il panorama italiano, con tutti i suoi difetti, è migliore del tedesco. L´editore tedesco, un po’ per non sbagliare e un po’ per mancanza di fiuto, pubblica quasi esclusivamente testi americani.

Come nasce La pazzia di Orfeo, esperienza narrativa a quattro mani scritta con Robert Guttmann, un testimone dell’Olocausto?
Robert Guttmann mi ha narrato la storia di un bambino. La sua. Quella che coincide con il primo capitolo de libro. Ma, per il resto, la “pazzia di Orfeo” l´ho scritta io.

L’arte può essere un mezzo di catarsi per le grandi tragedie della storia?
È una domanda antica, subdola per i critici e dolorosa per gli scrittori. Io credo che un vero artista possa vedere nell’arte solo forma, meravigliosa forma, avulsa dalla politica. Abbassarla a manifesto di pubblicità morale, cioè farla divenire contenuto, significa farla somigliare ad una giudiziosa guida per educande dell’Ottocento.

I due romanzi, La pazzia di Orfeo e La mano di bronzo sono estremamente diversi. L’uno ritorna su una delle pagine più tragiche della nostra storia, la persecuzione nazifascista, l’altro è un giallo con una forte impronta umoristica. Come è riuscito a muoversi fra le due esperienze?

Se uno scrittore non è capace di cambiare, a piacere, il proprio stile, non è uno scrittore vero, completo, ma solo un individuo dotato di un certo talento. Magari uno che mette per iscritto nuances psicologiche che gli si erano appiccicate per caso al momento della separazione dall’utero materno. E poiché questa separazione avviene solo una volta per chiunque, questi ripete, talora fastidiosamente, sempre quelle stesse sfumature. Molto spesso con sorprendente successo.

I personaggi de La mano di bronzo sembrano la caricatura di vizi italiani duri a morire: c’è l’affarista, la donna ammaliatrice, il politico incastrato, il commissario retto ma un po’ ingenuo. Tutti tenuti sotto scacco dal poliziotto tedesco. La sua è una critica, o un modo per fare ridere gli italiani di se stessi?
La mia non è una critica: è una carrellata con un paio di cadaveri, come vuole la tradizione del giallo. Però, sotto l’illusionismo di un caleidoscopio di caratteri e situazioni, ho cercato, freddamente, di non perdere d’occhio la costruzione del tutto. Questo, secondo la massima di Edgar A. Poe: “Un´opera letteraria è perfetta solo quando sia impossibile togliere o spostare un singolo dettaglio senza distruggere l´insieme”. E, per inciso, mi creda, ho nel cassetto gialli migliori.

Intervista di Milena Patuelli e Maria Silvia Sanna
 
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