Vi
sono parole che sono fastidiose anche solo a sentirsi e una
di queste è l’aggettivo “verboso”.
Come tutti gli aggettivi che terminano in –oso, evoca
un’idea di ridondanza, di eccesso. Anche a pronunciarlo,
bisogna arcuare la bocca in modo innaturale, simile a quando
si ha tra i denti un boccone troppo grosso. È una parola
che riempie la bocca e lo fa con la merce più a buon
mercato, ossia il “Nulla”. Eppure non vi è
aggettivo che si adatti meglio all’attuale panorama
culturale di “verboso”, insieme a tutti gli altri
aggettivi che ad esso sovente si accompagnano: “prolisso”,
“involuto”, “retorico” anche, ed “oscuro”.
L’intellettuale verboso si annida tra le quarte di copertina
e le prefazioni, prolifera nei talk-show dove riceve sguardi
ammirati e perplessi, sguazza nella saggistica da comodino
che tutti hanno e nessuno legge, si riproduce sulle mensole
di noce del salotto buono, dove ogni tanto riceve il tributo
di una carezza dallo spolverino di piume. In treno, nelle
mani del neolaureato occhialuto dai capelli ricci e dalla
pelle brufolosa, che lo legge con l’espressione del
cattolico di fronte all’enciclica papale, è in
grado di ergere muri di deferente distanza tra lui e gli altri
passeggeri.
La semplicità è la peggiore delle “deminutiones
capitis” per l’intellettuale di oggi, che non
cerca tanto di essere capito quanto di essere ammirato da
sguardi vacui e fronti aggrottate che rivelano più
di quanto vorrebbero, e il monito di Tullio De Mauro, che
allo scrivere semplice dedicò un intero libro, è
visto come l’ammissione di una sconfitta, come la peggiore
delle confessioni di inferiorità.
Ma quali sono le radici di questa peste nazionale? Mi verrebbe
spontaneo pensare che tutto abbia origine nel senso di estraneità
e quasi di oppressione che la lingua italiana suscita oggi
a buona parte di coloro che ne dovrebbero essere, con terminologia
linguistica, i “parlanti nativi”. Paradossalmente
quella lingua che è tanto amata all’estero, al
punto da veder crescere anno per anno i suoi estimatori, all’interno
del territorio nazionale non è più studiata
né amata. Nel 2000 il film di Lone Scherfig “Italiano
per principianti” raccontò la storia di un gruppo
di danesi le cui storie si venivano a intrecciare al corso
di italiano che frequentavano. La narrazione cinematografica
riflette la realtà: da tempo i popoli nordici, ma anche
il resto dell’Europa e del mondo, mostrano interesse
per lo studio della nostra lingua, mentre parallelamente e
paradossalmente, gli italiani lo perdono. L’oggettiva
difficoltà della lingua italiana, che è ricca
quanto complessa, è la scusa ufficiale per insegnanti
pigri molto più degli studenti ai quali dovrebbero
provare a trasmettere qualcosa. Quella che con terminologia
antiquata (perché troppo semplice?) si chiamava “grammatica”
e che oggi è assurta alla dignità di “riflessione
sulla lingua” è sparita, se non ufficialmente
almeno ufficiosamente, da buona parte delle aule, tanto che
oggi è sufficiente affermare di volerla insegnare per
ricevere ad honorem l’ambito titolo di “insegnante
retrogrado”.
Lo studio, la padronanza, l’uso dell’italiano
sembra ormai appannaggio di pochi, di un’élite
culturale che, come tutte le élite, tende a farsi circolo
esclusivo, setta, velata, perché no, di esoterismo.
È qui che scatta la verbosità. Il primo atto
di chi si mette al di sopra è quello di vietare agli
altri la comprensione, forse perché se gli altri potessero
davvero comprendere verrebbe fuori l’inconsistenza di
ciò che si dice. È quello che fanno i don Abbondio
e gli Azzeccagarbugli. Al povero Renzo che chiede chiarezza
don Abbondio replica con il suo “latinorum”; al
sempre più povero Renzo che chiede giustizia il leguleio
risponde con il barocco groviglio delle “gride”,
simbolo di una civiltà dove la parola non chiara –
e per questo prestigiosa – è potere. Cosa c’è
di diverso da quello che fanno i sedicenti intellettuali di
oggi? Forti del fatto che oggi la parola è appannaggio
di pochi, ritengono che la via migliore per preservare il
loro ruolo sia rendersi il meno chiari possibile. Se la lingua
è lo strumento principe della comunicazione, se oscura
e contorta diviene lo strumento principe del marketing di
sé. Lo sa bene lo pseudointellettuale che, riscuotendo
anticipi da capogiro sulle vendite editoriali, sforna romanzi
storici astrusi (ma non annualmente, per evitare di scrostare
dal proprio lavoro la patina della ricerca laboriosa che è
come la cornice per un bel quadro), che annebbiano la mente
almeno quanto si illudono di elevarla.
Eppure quello stesso Manzoni, il creatore di don Abbondio
e di Azzeccagarbugli, che conserva ancora il suo posto di
riguardo nella nostra letteratura (è una delle poche
certezze nazionali e speriamo che ci grazino dal privarcene)
la pensava diversamente. Tra i difetti dello “scartafaccio”
secentesco enumerava, infatti, non a caso, la prosa ampollosa
e la prolissità inutile e, dopo il travaglio di cui
ben sappiamo, dopo sciacqui e risciacqui (di cui uno in Arno)
consegnava alle stampe un’opera che fa della chiarezza
la sua profondità. Quale sarebbe l’atteggiamento
del supercilioso critico letterario odierno se “I Promessi
sposi” fossero usciti ieri e facessero or ora mostra
di sé tra gli scaffali delle novità?
E quel Calvino che il Pavese con felice definizione chiamò
“lo scoiattolo della penna” o Primo Levi, capace
di portare tra le sue pagine la semplicità nitida della
scienza che era il suo mestiere, sarebbe oggi considerato
sciatto?
Per contro prospera, accanto alla verbosità d’ordinanza,
quella letteratura (che abuso del termine! Ma tanto di questi
tempi il reato è comune) che sciatta lo è davvero,
quella dei best (o dovremmo dire “beast”?) seller
che si nutrono di stereotipi, la cui lingua è uno sterile
ripetersi di un lessico abusato. Ci si può domandare
a che cosa serva. La mia risposta è: a marcare il confine
tra l’intellettualoide e la massa cui è destinata,
perché questa eviti di coltivare i propri neuroni e
resti con la bocca aperta e il cervello staccato in estatica
contemplazione dei paroloni altrui.
Che ci resta da fare a questo punto? Aprire Kafka, Tolstoj,
Calvino, Pirandello, la Austen e attendere che ci prelevino
per portarci in un museo.
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