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L'inutile verbosità

Anna Rita Longo

Francesco Hayez - Portrait of Alessandro ManzoniVi sono parole che sono fastidiose anche solo a sentirsi e una di queste è l’aggettivo “verboso”. Come tutti gli aggettivi che terminano in –oso, evoca un’idea di ridondanza, di eccesso. Anche a pronunciarlo, bisogna arcuare la bocca in modo innaturale, simile a quando si ha tra i denti un boccone troppo grosso. È una parola che riempie la bocca e lo fa con la merce più a buon mercato, ossia il “Nulla”. Eppure non vi è aggettivo che si adatti meglio all’attuale panorama culturale di “verboso”, insieme a tutti gli altri aggettivi che ad esso sovente si accompagnano: “prolisso”, “involuto”, “retorico” anche, ed “oscuro”.

L’intellettuale verboso si annida tra le quarte di copertina e le prefazioni, prolifera nei talk-show dove riceve sguardi ammirati e perplessi, sguazza nella saggistica da comodino che tutti hanno e nessuno legge, si riproduce sulle mensole di noce del salotto buono, dove ogni tanto riceve il tributo di una carezza dallo spolverino di piume. In treno, nelle mani del neolaureato occhialuto dai capelli ricci e dalla pelle brufolosa, che lo legge con l’espressione del cattolico di fronte all’enciclica papale, è in grado di ergere muri di deferente distanza tra lui e gli altri passeggeri.
La semplicità è la peggiore delle “deminutiones capitis” per l’intellettuale di oggi, che non cerca tanto di essere capito quanto di essere ammirato da sguardi vacui e fronti aggrottate che rivelano più di quanto vorrebbero, e il monito di Tullio De Mauro, che allo scrivere semplice dedicò un intero libro, è visto come l’ammissione di una sconfitta, come la peggiore delle confessioni di inferiorità.

Ma quali sono le radici di questa peste nazionale? Mi verrebbe spontaneo pensare che tutto abbia origine nel senso di estraneità e quasi di oppressione che la lingua italiana suscita oggi a buona parte di coloro che ne dovrebbero essere, con terminologia linguistica, i “parlanti nativi”. Paradossalmente quella lingua che è tanto amata all’estero, al punto da veder crescere anno per anno i suoi estimatori, all’interno del territorio nazionale non è più studiata né amata. Nel 2000 il film di Lone Scherfig “Italiano per principianti” raccontò la storia di un gruppo di danesi le cui storie si venivano a intrecciare al corso di italiano che frequentavano. La narrazione cinematografica riflette la realtà: da tempo i popoli nordici, ma anche il resto dell’Europa e del mondo, mostrano interesse per lo studio della nostra lingua, mentre parallelamente e paradossalmente, gli italiani lo perdono. L’oggettiva difficoltà della lingua italiana, che è ricca quanto complessa, è la scusa ufficiale per insegnanti pigri molto più degli studenti ai quali dovrebbero provare a trasmettere qualcosa. Quella che con terminologia antiquata (perché troppo semplice?) si chiamava “grammatica” e che oggi è assurta alla dignità di “riflessione sulla lingua” è sparita, se non ufficialmente almeno ufficiosamente, da buona parte delle aule, tanto che oggi è sufficiente affermare di volerla insegnare per ricevere ad honorem l’ambito titolo di “insegnante retrogrado”.

Lo studio, la padronanza, l’uso dell’italiano sembra ormai appannaggio di pochi, di un’élite culturale che, come tutte le élite, tende a farsi circolo esclusivo, setta, velata, perché no, di esoterismo. È qui che scatta la verbosità. Il primo atto di chi si mette al di sopra è quello di vietare agli altri la comprensione, forse perché se gli altri potessero davvero comprendere verrebbe fuori l’inconsistenza di ciò che si dice. È quello che fanno i don Abbondio e gli Azzeccagarbugli. Al povero Renzo che chiede chiarezza don Abbondio replica con il suo “latinorum”; al sempre più povero Renzo che chiede giustizia il leguleio risponde con il barocco groviglio delle “gride”, simbolo di una civiltà dove la parola non chiara – e per questo prestigiosa – è potere. Cosa c’è di diverso da quello che fanno i sedicenti intellettuali di oggi? Forti del fatto che oggi la parola è appannaggio di pochi, ritengono che la via migliore per preservare il loro ruolo sia rendersi il meno chiari possibile. Se la lingua è lo strumento principe della comunicazione, se oscura e contorta diviene lo strumento principe del marketing di sé. Lo sa bene lo pseudointellettuale che, riscuotendo anticipi da capogiro sulle vendite editoriali, sforna romanzi storici astrusi (ma non annualmente, per evitare di scrostare dal proprio lavoro la patina della ricerca laboriosa che è come la cornice per un bel quadro), che annebbiano la mente almeno quanto si illudono di elevarla.

Eppure quello stesso Manzoni, il creatore di don Abbondio e di Azzeccagarbugli, che conserva ancora il suo posto di riguardo nella nostra letteratura (è una delle poche certezze nazionali e speriamo che ci grazino dal privarcene) la pensava diversamente. Tra i difetti dello “scartafaccio” secentesco enumerava, infatti, non a caso, la prosa ampollosa e la prolissità inutile e, dopo il travaglio di cui ben sappiamo, dopo sciacqui e risciacqui (di cui uno in Arno) consegnava alle stampe un’opera che fa della chiarezza la sua profondità. Quale sarebbe l’atteggiamento del supercilioso critico letterario odierno se “I Promessi sposi” fossero usciti ieri e facessero or ora mostra di sé tra gli scaffali delle novità?
E quel Calvino che il Pavese con felice definizione chiamò “lo scoiattolo della penna” o Primo Levi, capace di portare tra le sue pagine la semplicità nitida della scienza che era il suo mestiere, sarebbe oggi considerato sciatto?
Per contro prospera, accanto alla verbosità d’ordinanza, quella letteratura (che abuso del termine! Ma tanto di questi tempi il reato è comune) che sciatta lo è davvero, quella dei best (o dovremmo dire “beast”?) seller che si nutrono di stereotipi, la cui lingua è uno sterile ripetersi di un lessico abusato. Ci si può domandare a che cosa serva. La mia risposta è: a marcare il confine tra l’intellettualoide e la massa cui è destinata, perché questa eviti di coltivare i propri neuroni e resti con la bocca aperta e il cervello staccato in estatica contemplazione dei paroloni altrui.
Che ci resta da fare a questo punto? Aprire Kafka, Tolstoj, Calvino, Pirandello, la Austen e attendere che ci prelevino per portarci in un museo.

 
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