Questa
è una storia inutile ed è solo a me che la racconto.
Nessuno vive se non per se stesso, gli uomini sono isole che
contemplano la propria solitudine e nulla nasce e vive se
non per scoprirsi solo.
Leggere è spesso doversi nascondere. Solo chi non legge
ostenta la propria lettura. Sono le pagine furtive quelle
che più si amano e non c’è lettura che
non sia sbagliata.
Chi legge è solo, come tutti.
L’autobus è arrivato: benedetti quei dieci minuti
di ritardo in cui Anna aveva potuto vedere la fine della corsa
ai cavalli di Vronskij, morire sulla sua caduta, rinascere
sul suo scampato pericolo. Ora Karenin la portava via nella
sua gelosia dignitosa, mentre lei si arrampica su per i gradini
scomodamente alti, estraendo il biglietto che tra le pagine
aveva fatto da segnalibro e porgendolo al controllore, tra
sguardi seccati che reclamano scuse per gli strattoni inavvertitamente
impartiti. Gli occhi bassi, il labbro inferiore contratto
tra i denti, la mano che, furtiva occulta il grosso tomo e
si guarda intorno alla ricerca di un posto, per tornare veloce
da Anna. Leggere non è che lo spazio di un’attesa.
Il posto è là, vuoto e accanto ce n’è
un altro: se si è fortunati, se si appare abbastanza
asociali, si può riuscire a conservarlo libero per
permettere alla lettura di trovare il suo spazio, per allungarsi
mettendosi comodi e dimenticarsi del resto. Avanza verso il
posto libero cercando, con gli occhi, conoscenti che in quel
momento non desidera salutare, sperando solo di essere sola,
tra occhi che non la notino e si dimentichino presto di lei.
Non c’è nessuno: sorride, è felice, avanza
verso il posto, si siede appoggiando la borsa al sedile di
fianco, ne estrae il libro, lo inclina a nascondere il titolo
e ritorna da Anna. Non era il momento per leggere Tolstoj.
Non lo è certo alle sette del mattino, quando il torpore
del sonno non ha ancora lasciato lo spazio alla lucidità
stordita della giornata di lavoro, quando i volti sono occhiaie
scavate dal trillo della sveglia e le braccia intorpidite
non hanno voglia di trascinare altro se non il proprio peso.
Nessuno nasconde il fastidio di osservarla in quell’atteggiamento:
dimessa, solitaria, chiusa in un angolo che sembra appartenere
a lei sola, appare felice di attendere nel freddo di un marciapiede
dopo la levataccia e di affrontare la noia del tragitto. Ma
l’attenzione che le viene tributata scema presto e mentre
cento paia di palpebre attorno a lei improvvisano una stanca
danza al ritmo delle irregolarità stradali, fino a
ricadere su se stesse sfinite, lei è finalmente libera.
Ormai nessuno noterà Anna Karenina e la sua vita potrà
ricominciare. Legge lentamente: non è mai stata una
lettrice veloce e anche questo è inopportuno, perché
l’amore per la lettura deve essere sostenuto a livello
sociale dall’apparenza di divorare i libri quasi fossero
le pareti di marzapane di Hansel e Gretel. Vedendola dopo
un mese, due mesi con lo stesso volume in mano, magari qua
e là più consunto o con gli angoli ingobbiti,
sapeva che le avrebbero chiesto che cosa leggeva e avrebbero
esclamato «Ancora quello!», ma si sarebbe concluso:
«Beata te che almeno riesci a trovare il tempo di leggere».
Non erano necessarie risposte, e chi chiedeva, giudicava,
esclamava non si accorgeva della loro assenza. Presto sarebbe
andato via senza sottrarre ulteriore tempo alla pagina che
desiderava bere a piccoli sorsi, perché questo era
il suo ritmo, il ritmo sbagliato di una lettura sbagliata.
Che cosa c’è di più sbagliato di leggere
un libro alla fine di una giornata spossante, quando gli occhi
reclamano di chiudersi e la testa appoggiata sul cuscino ondeggia
nel tentativo di resistere al sonno ancora per una pagina?
Cosa di più sbagliato di non spegnere quella luce e
dare riposo a quegli occhi stanchi?
Della notte precedente non ricordava altro che l’annuncio
della corsa di Vronskij e solo di quello le importava ora
che andava al lavoro e da tempo aveva imparato a usare la
dolce anestesia delle pagine per dimenticarsi di sé.
Di lei che viveva con Karenin, che non avrebbe mai trovato
il coraggio di correre tra le braccia di Vronskij, che lo
faceva come tanti intorno a lei e in fondo neppure le importava,
purché almeno potesse leggere di un Vronskij, purché
almeno Anna vivesse.
«Ehi tu, ciao! Sempre a leggere dopo tutte quelle ore
sui libri e al computer! Ti rovinerai gli occhi se non ti
riposi un po’!». La sua amica, salita alla fermata
di cui non si era accorta.
Sorride, ripone il libro, fa spazio nel posto accanto a sé,
incomincia a parlare.
Chissà se Vronskij ama davvero Anna.
FINE
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