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Laboratorio di Poesia

Ti rovinerai gli occhi

Anna Rita Longo

Escher - OcchioQuesta è una storia inutile ed è solo a me che la racconto. Nessuno vive se non per se stesso, gli uomini sono isole che contemplano la propria solitudine e nulla nasce e vive se non per scoprirsi solo.
Leggere è spesso doversi nascondere. Solo chi non legge ostenta la propria lettura. Sono le pagine furtive quelle che più si amano e non c’è lettura che non sia sbagliata.
Chi legge è solo, come tutti.

L’autobus è arrivato: benedetti quei dieci minuti di ritardo in cui Anna aveva potuto vedere la fine della corsa ai cavalli di Vronskij, morire sulla sua caduta, rinascere sul suo scampato pericolo. Ora Karenin la portava via nella sua gelosia dignitosa, mentre lei si arrampica su per i gradini scomodamente alti, estraendo il biglietto che tra le pagine aveva fatto da segnalibro e porgendolo al controllore, tra sguardi seccati che reclamano scuse per gli strattoni inavvertitamente impartiti. Gli occhi bassi, il labbro inferiore contratto tra i denti, la mano che, furtiva occulta il grosso tomo e si guarda intorno alla ricerca di un posto, per tornare veloce da Anna. Leggere non è che lo spazio di un’attesa.

Il posto è là, vuoto e accanto ce n’è un altro: se si è fortunati, se si appare abbastanza asociali, si può riuscire a conservarlo libero per permettere alla lettura di trovare il suo spazio, per allungarsi mettendosi comodi e dimenticarsi del resto. Avanza verso il posto libero cercando, con gli occhi, conoscenti che in quel momento non desidera salutare, sperando solo di essere sola, tra occhi che non la notino e si dimentichino presto di lei. Non c’è nessuno: sorride, è felice, avanza verso il posto, si siede appoggiando la borsa al sedile di fianco, ne estrae il libro, lo inclina a nascondere il titolo e ritorna da Anna. Non era il momento per leggere Tolstoj. Non lo è certo alle sette del mattino, quando il torpore del sonno non ha ancora lasciato lo spazio alla lucidità stordita della giornata di lavoro, quando i volti sono occhiaie scavate dal trillo della sveglia e le braccia intorpidite non hanno voglia di trascinare altro se non il proprio peso. Nessuno nasconde il fastidio di osservarla in quell’atteggiamento: dimessa, solitaria, chiusa in un angolo che sembra appartenere a lei sola, appare felice di attendere nel freddo di un marciapiede dopo la levataccia e di affrontare la noia del tragitto. Ma l’attenzione che le viene tributata scema presto e mentre cento paia di palpebre attorno a lei improvvisano una stanca danza al ritmo delle irregolarità stradali, fino a ricadere su se stesse sfinite, lei è finalmente libera. Ormai nessuno noterà Anna Karenina e la sua vita potrà ricominciare. Legge lentamente: non è mai stata una lettrice veloce e anche questo è inopportuno, perché l’amore per la lettura deve essere sostenuto a livello sociale dall’apparenza di divorare i libri quasi fossero le pareti di marzapane di Hansel e Gretel. Vedendola dopo un mese, due mesi con lo stesso volume in mano, magari qua e là più consunto o con gli angoli ingobbiti, sapeva che le avrebbero chiesto che cosa leggeva e avrebbero esclamato «Ancora quello!», ma si sarebbe concluso: «Beata te che almeno riesci a trovare il tempo di leggere». Non erano necessarie risposte, e chi chiedeva, giudicava, esclamava non si accorgeva della loro assenza. Presto sarebbe andato via senza sottrarre ulteriore tempo alla pagina che desiderava bere a piccoli sorsi, perché questo era il suo ritmo, il ritmo sbagliato di una lettura sbagliata.

Che cosa c’è di più sbagliato di leggere un libro alla fine di una giornata spossante, quando gli occhi reclamano di chiudersi e la testa appoggiata sul cuscino ondeggia nel tentativo di resistere al sonno ancora per una pagina? Cosa di più sbagliato di non spegnere quella luce e dare riposo a quegli occhi stanchi?

Della notte precedente non ricordava altro che l’annuncio della corsa di Vronskij e solo di quello le importava ora che andava al lavoro e da tempo aveva imparato a usare la dolce anestesia delle pagine per dimenticarsi di sé. Di lei che viveva con Karenin, che non avrebbe mai trovato il coraggio di correre tra le braccia di Vronskij, che lo faceva come tanti intorno a lei e in fondo neppure le importava, purché almeno potesse leggere di un Vronskij, purché almeno Anna vivesse.
«Ehi tu, ciao! Sempre a leggere dopo tutte quelle ore sui libri e al computer! Ti rovinerai gli occhi se non ti riposi un po’!». La sua amica, salita alla fermata di cui non si era accorta.

Sorride, ripone il libro, fa spazio nel posto accanto a sé, incomincia a parlare.
Chissà se Vronskij ama davvero Anna.

FINE

 
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