Racconto segnalato dalla
commissione del concorso letterario nazionale “Corti
nosce”, avente come tema “Racconti di costume
e vita quotidiana nell’Italia di oggi e di un tempo.
Lo spazio domestico.”
La storia di Titta è simile a quella di molte altre
donne della civiltà rurale salentina primo novecentesca.
Nel narrarla si è pensato di cercare un compromesso
tra la sua lingua e la nostra: senza indulgere eccessivamente
all’uso di espressioni dialettali, si è cercato
di conservare quelle che apparivano intraducibili e si sono
riprodotti alcuni costrutti che ricalcano gli usi locali e
popolari.
Aveva
seguito Donato incamminarsi per il campo con la coda degli
occhi, con quell’andatura sempre uguale e che mai sarebbe
mutata; non le aveva rivolto un cenno di saluto, non uno sguardo,
non una parola. Lo guardò tirarsi su i pantaloni con
quel gesto ripetitivo e grattarsi la testa spettinata con
una mano, mentre con l’altra prendeva dalla tasca un
fico secco e se lo metteva in bocca, sputandone in terra il
picciolo secco e duro. Era uno spettacolo sempre uguale, già
visto milioni di volte in milioni di mattine ugualmente deprimenti.
Titta si ravviò i capelli raccolti in una crocchia
spettinata e si guardò in controluce nel vetro della
finestra. Gli occhi cerchiati tradivano notti insonni, le
mani screpolate rivelavano le fatiche quotidiane. Titta aveva
36 anni e si sentiva vecchia. Troppo vecchia per il peso di
quel pancione di sette mesi, che ogni giorno sembrava farsi
più prominente. Quattro figli, il quinto in arrivo
e sperava fosse maschio. “Sei stata buona a farmi un
solo maschio. Tre femmine da fargli la dote, da sposarle.
Chi li trova tutti ’sti soldi? Me li dai tu, forse?”.
Donato lo diceva tutti i giorni, o quasi e Titta lo avrebbe
accontentato volentieri. Ma come si faceva a fare i maschi?
Lei, evidentemente non ci era buona. Mentre era incinta di
Annetta, di Agatuccia e di Maria aveva pregato tanto, si era
rivolta alla Santa Vergine tutti i giorni, ché non
si scordasse di loro, del campo che aveva bisogno di braccia,
di Donato che di femmine non voleva sentir parlare.
Aveva pregato forse ancor di più della volta in cui
era arrivato Mino, che ora aveva 16 anni ed era l’orgoglio
di suo padre. Ma forse lei non era brava a pregare. Donato
glielo diceva sempre: “Che sai fare tu? Niente! Bell’affare
ho fatto a tirarmi in casa una come te, che ogni giorno me
ne fa una nuova. Ma senti quello che ti dico: alla prossima
che mi fai…” e qui interrompeva le sue minacce
e Titta avrebbe voluto chiedergli che cosa le avrebbe fatto,
che cosa di tanto peggio di quello che già le faceva.
Sarebbe stato diverso se i suoi genitori le avessero permesso
di sposare Carminuccio? O sarebbe stato tutto uguale, fuorché
il profilo dell’uomo che la mattina avrebbe visto avviarsi
alla fatìa, al lavoro, senza rivolgerle una parola
buona o un cenno di saluto? Titta non lo sapeva, non poteva
saperlo. E del resto ormai Carminuccio era sposato da tanti
anni e si faceva vecchio e solo come lei, dietro a figlie
femmine non desiderate e ai guai della sua bottega.
Si riscosse da quei pensieri che minacciavano di farle perdere
la mattinata e, con passo forzatamente spedito, nonostante
l’ingombro del pancione, si accostò al tavolo
dove i ceci, messi a bagno nell’acqua dalla sera precedente,
si erano gonfiati al punto da poter essere messi sul fuoco
nella pignata; uno sguardo alle patate lì nell’angolo
e gli occhi le si riempirono di lacrime: l’umidità
della sera precedente le aveva fatte germogliare. Ancora una
volta aveva sbagliato. Avrebbe dovuto cucinarle ieri, senza
attendere un altro giorno. Ora erano rovinate e lei avrebbe
di nuovo saggiato la pesantezza delle mani di Donato. Già
le sembrava di sentirlo: “Tutte quelle buone patate
rovinate! Io lavoro per niente, mi spacco la schiena per farmi
mandare in rovina da te. Bell’affare, davvero un bell’affare
che ho fatto”.
Il suono di una risata beffarda la colpì alle spalle
mentre era ancora piegata, lo sguardo fisso sul focolare acceso
e gli occhi pieni di lacrime. Suo figlio Mino.
«Scommetto che ne hai fatta un’altra delle tue,
vero? Ora lo senti papà quando torna! Te le darà
in testa quelle patate germogliate, vedrai!»
Mino aveva imparato a trattare con lei alla scuola del padre
ed ora si permetteva di rivolgersi a Titta senza un briciolo
di rispetto materno, certo che non gli sarebbe accaduto nulla.
«Vai fuori, scansafatiche! Non ti vergogni di esserti
alzato ora dal letto, quando tuo padre è già
in campagna da un’ora e le tue sorelle si sono svegliate
all’alba per lavare i panni e darmi una mano!»
Non lo sopportava, Titta: non che le facesse particolarmente
male, ma le sembrava ingiusto, innaturale che un figlio trattasse
così sua madre, che le volgesse le spalle con disprezzo,
che sputasse in terra mentre lei parlava. Non le faceva più
male da tempo, ma non lo poteva accettare.
Radunò le patate, tagliò via i germogli, sperò
in cuor suo che il sapore o suo figlio non la volessero tradire
e si preparò alle botte che, dentro di sé, nemmeno
sperava di evitare.
Un’altra occhiata alla finestra: cummare Cetta era uscita
sulla corte, con la capasa per prendere l’acqua nel
pozzo. La vide sorridere a cummare Pina, che era intenta a
pulire le verdure seduta su una sedia spagliata, poi calare
giù il secchio, riempire la capasa, fermarsi a parlare.
Tutte e due guardarono nella sua direzione, Titta sorrise
dal vetro ed uscì.
«Tuttu bonu?» fece cummare Cetta.
«Ringraziamu Ddìu!» rispondeva Titta e
parlava dell’umidità della sera avanti, della
piccolina con la tosse e della bella giornata. Guardava gli
occhi di Cetta, che la sera prima aveva sentito piangere di
tra le urla del marito o quelli di Pina che aveva sette figli
e due profonde occhiaie, e cercava di assumere un’aria
serena e indaffarata. Gli sguardi si mandavano messaggi ai
quali non sarebbe mai stata data voce, mentre si parlava dei
cofani da fare, della bontà dei legumi, del marito
che preferisce le verdure a tutto il resto. In mezzo a tante
parole inutili erano quegli occhi che parlavano più
di tutti.
«Care cummari vi saluto» e con un pretesto ci
si allontanava e si tornava dentro, a godersi la casa, che
appariva solitaria e serena ora che Mino si era deciso a raggiungere
Donato.
Era allora che Titta si fermava a pensare.
Si vedeva ragazzina a lottare con la madre, che non aveva
voluto mandarla a scuola, perché non stava bene che
una ragazza imparasse a leggere, che facesse la strada a piedi
per andare chissà dove a imparare chissà che
cosa. Sarebbe andata, come tutte, alla mescia, avrebbe imparato
tutte le preghiere e ricamato il proprio corredo, mentre ripeteva
le domande di San Pio X. Se chiudeva gli occhi gli sembrava
ancora di sentirle: “Chi è Dio, Antonietta?”
E Titta rispondeva: “Dio è l’essere perfettissimo
creatore e signore del cielo e della terra”.
A scuola ci era andato invece Agostino, unico tra i suoi fratelli,
troppo delicato di salute e forse anche troppo scansafatiche
per il lavoro dei campi.
“Si farà prete” diceva la mamma. “Il
nostro Agostino verrà fuori pio ed istruito e saprà
di latino come i dottori.”
Invece Agostino era una testa di legno e non divenne mai prete.
Tutto il pomeriggio se ne stava a compitare faticosamente
con la testa nell’abbecedario, le lettere si confondevano
tra di loro, le palpebre si facevano pesanti. Rannicchiata
in un angolo, l’uncinetto tra le mani, Titta ascoltava
la voce monotona di Agostino e si accorgeva che quelle parole,
quelle sillabe che per lui non avevano alcun significato,
per lei significavano tutto. Lei capiva. Se n’era accorta
per caso e tante volte avrebbe voluto dire ad Agostino: “Ma
come, non capisci? È tutto così semplice, così
chiaro, così… bello!”. Ogni tanto si avvicinava
curiosa a guardare al di sopra delle sue spalle su quel libro
che le sembrava la porta del regno delle meraviglie, ne scorgeva
le figure che sembravano tratteggiate con rapidi tocchi di
inchiostro di china, ne ammirava le pagine bianche. Ma soprattutto
era attratta dalle parole, da quei pochi segni che, ripetuti
in ordini diversi, potevano contenere tutto il mondo. Restava
immobile, sperando che Agostino non si voltasse, a volte per
una mezz’ora, respirando piano e guardandolo sudare
afflitto da uno sforzo che a lei sembrava il paradiso. Poi,
inevitabilmente, Agostino si voltava e la allontanava in malo
modo: “Vattene con le altre femmine! Che ne vuoi sapere
tu? Via!”
Terminato l’inutile sforzo quotidiano, Agostino buttava
via il libro e usciva in strada, a divertirsi, lieto che per
quel giorno tutto fosse finito. Accadeva allora che, se la
mamma era occupata, Titta riuscisse a guardare indisturbata
in quel libro; altre volte lo faceva al lume della lampada,
di notte, con la paura di essere scoperta da suo padre e di
dover assaggiare la sua cinghia. Agostino non aveva mai imparato
a leggere per bene, ma lei sì. E alla luce incerta
di candele rubate o nel freddo angolo sotto alle scale, dopo
essersi affrettata a sfregare bene i panni sul lavatoio per
finire in fretta, Titta leggeva i libri che Agostino portava
in casa da scuola e dalla biblioteca, e quelli che gli venivano
regalati nella speranza di invogliarlo a farsi un’istruzione.
Titta leggeva incurante della fatica e del sonno e in segreto
scambiava i libri con amiche solidali, libri che sarebbero
rimasti nascosti sotto cuscini o lavori di ricamo. Libri come
quello, a brandelli, che aveva trovato un giorno nascosto
tra la roba di sua madre, quella madre che un giorno aveva
letto di nascosto come lei e oggi le impediva di farlo. Alcune
delle storie che aveva letto avevano i contorni ormai sfumati
nella sua mente, altre sembravano ancora vive dentro di lei.
Emma Bovary la ricordava ancora bene, se ci pensava. A suo
fratello qualcuno lo aveva prestato come libro “scandaloso”,
da leggere di nascosto, ma neppure quell’allettante
proposta aveva potuto qualcosa contro la sua indolenza. Era
stata lei, invece, a leggerlo; e le era piaciuto quel libro,
ma tante volte si era chiesta perché Emma fosse così
infelice. Suo marito era un buon uomo, che la amava, né
mai l’aveva picchiata come sua madre era stata picchiata
da suo padre, come lei lo era da Donato e talvolta anche da
Mino. A lei non era toccata neppure una briciola di quell’affetto
che pure, con la sua mancanza di nerbo, aveva condotto Emma
alla disperazione.
Un sussulto nel grembo le fece aggrottare la fronte e contrarre
gli angoli degli occhi in una smorfia di dolore, poi un improvviso
sfrigolio sulla cenere del focolare e un piccolo fiotto di
fumo la riscossero. La pignata aveva traboccato, spegnendo
il fuoco. L’acqua di cottura dei legumi aveva invaso
il pavimento, macchiandolo. Un respiro profondo e si era di
nuovo tirata su a fatica e prendeva lo straccio e la ramazza
per pulire quel piccolo disastro. Nel frattempo il passo cadenzato
di Donato, inconfondibile di tra i rumori della strada, si
faceva sempre più vicino e già si sentiva chiamare.
«Titta!» gridava.
“Che strano”, pensava. “Le eroine dei romanzi
non si chiamano mai Titta, ma Emma o Elisabetta o Giovanna
o Pamela.”
E mentre osservava suo marito entrare, seguito a breve da
Mino e dalla sua espressione beffarda, pensava che era tutta
colpa di quel nome, che era lui che la imprigionava lì,
in quella casa, davanti a quel focolare spento.
FINE
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