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Il focolare spento

Anna Rita Longo

Racconto segnalato dalla commissione del concorso letterario nazionale “Corti nosce”, avente come tema “Racconti di costume e vita quotidiana nell’Italia di oggi e di un tempo. Lo spazio domestico.”
La storia di Titta è simile a quella di molte altre donne della civiltà rurale salentina primo novecentesca. Nel narrarla si è pensato di cercare un compromesso tra la sua lingua e la nostra: senza indulgere eccessivamente all’uso di espressioni dialettali, si è cercato di conservare quelle che apparivano intraducibili e si sono riprodotti alcuni costrutti che ricalcano gli usi locali e popolari.

Edward Munch - Night in St Cloud,Aveva seguito Donato incamminarsi per il campo con la coda degli occhi, con quell’andatura sempre uguale e che mai sarebbe mutata; non le aveva rivolto un cenno di saluto, non uno sguardo, non una parola. Lo guardò tirarsi su i pantaloni con quel gesto ripetitivo e grattarsi la testa spettinata con una mano, mentre con l’altra prendeva dalla tasca un fico secco e se lo metteva in bocca, sputandone in terra il picciolo secco e duro. Era uno spettacolo sempre uguale, già visto milioni di volte in milioni di mattine ugualmente deprimenti. Titta si ravviò i capelli raccolti in una crocchia spettinata e si guardò in controluce nel vetro della finestra. Gli occhi cerchiati tradivano notti insonni, le mani screpolate rivelavano le fatiche quotidiane. Titta aveva 36 anni e si sentiva vecchia. Troppo vecchia per il peso di quel pancione di sette mesi, che ogni giorno sembrava farsi più prominente. Quattro figli, il quinto in arrivo e sperava fosse maschio. “Sei stata buona a farmi un solo maschio. Tre femmine da fargli la dote, da sposarle. Chi li trova tutti ’sti soldi? Me li dai tu, forse?”. Donato lo diceva tutti i giorni, o quasi e Titta lo avrebbe accontentato volentieri. Ma come si faceva a fare i maschi? Lei, evidentemente non ci era buona. Mentre era incinta di Annetta, di Agatuccia e di Maria aveva pregato tanto, si era rivolta alla Santa Vergine tutti i giorni, ché non si scordasse di loro, del campo che aveva bisogno di braccia, di Donato che di femmine non voleva sentir parlare.

Aveva pregato forse ancor di più della volta in cui era arrivato Mino, che ora aveva 16 anni ed era l’orgoglio di suo padre. Ma forse lei non era brava a pregare. Donato glielo diceva sempre: “Che sai fare tu? Niente! Bell’affare ho fatto a tirarmi in casa una come te, che ogni giorno me ne fa una nuova. Ma senti quello che ti dico: alla prossima che mi fai…” e qui interrompeva le sue minacce e Titta avrebbe voluto chiedergli che cosa le avrebbe fatto, che cosa di tanto peggio di quello che già le faceva.
Sarebbe stato diverso se i suoi genitori le avessero permesso di sposare Carminuccio? O sarebbe stato tutto uguale, fuorché il profilo dell’uomo che la mattina avrebbe visto avviarsi alla fatìa, al lavoro, senza rivolgerle una parola buona o un cenno di saluto? Titta non lo sapeva, non poteva saperlo. E del resto ormai Carminuccio era sposato da tanti anni e si faceva vecchio e solo come lei, dietro a figlie femmine non desiderate e ai guai della sua bottega.
Si riscosse da quei pensieri che minacciavano di farle perdere la mattinata e, con passo forzatamente spedito, nonostante l’ingombro del pancione, si accostò al tavolo dove i ceci, messi a bagno nell’acqua dalla sera precedente, si erano gonfiati al punto da poter essere messi sul fuoco nella pignata; uno sguardo alle patate lì nell’angolo e gli occhi le si riempirono di lacrime: l’umidità della sera precedente le aveva fatte germogliare. Ancora una volta aveva sbagliato. Avrebbe dovuto cucinarle ieri, senza attendere un altro giorno. Ora erano rovinate e lei avrebbe di nuovo saggiato la pesantezza delle mani di Donato. Già le sembrava di sentirlo: “Tutte quelle buone patate rovinate! Io lavoro per niente, mi spacco la schiena per farmi mandare in rovina da te. Bell’affare, davvero un bell’affare che ho fatto”.

Il suono di una risata beffarda la colpì alle spalle mentre era ancora piegata, lo sguardo fisso sul focolare acceso e gli occhi pieni di lacrime. Suo figlio Mino.
«Scommetto che ne hai fatta un’altra delle tue, vero? Ora lo senti papà quando torna! Te le darà in testa quelle patate germogliate, vedrai!»
Mino aveva imparato a trattare con lei alla scuola del padre ed ora si permetteva di rivolgersi a Titta senza un briciolo di rispetto materno, certo che non gli sarebbe accaduto nulla.
«Vai fuori, scansafatiche! Non ti vergogni di esserti alzato ora dal letto, quando tuo padre è già in campagna da un’ora e le tue sorelle si sono svegliate all’alba per lavare i panni e darmi una mano!»
Non lo sopportava, Titta: non che le facesse particolarmente male, ma le sembrava ingiusto, innaturale che un figlio trattasse così sua madre, che le volgesse le spalle con disprezzo, che sputasse in terra mentre lei parlava. Non le faceva più male da tempo, ma non lo poteva accettare.
Radunò le patate, tagliò via i germogli, sperò in cuor suo che il sapore o suo figlio non la volessero tradire e si preparò alle botte che, dentro di sé, nemmeno sperava di evitare.
Un’altra occhiata alla finestra: cummare Cetta era uscita sulla corte, con la capasa per prendere l’acqua nel pozzo. La vide sorridere a cummare Pina, che era intenta a pulire le verdure seduta su una sedia spagliata, poi calare giù il secchio, riempire la capasa, fermarsi a parlare. Tutte e due guardarono nella sua direzione, Titta sorrise dal vetro ed uscì.
«Tuttu bonu?» fece cummare Cetta.
«Ringraziamu Ddìu!» rispondeva Titta e parlava dell’umidità della sera avanti, della piccolina con la tosse e della bella giornata. Guardava gli occhi di Cetta, che la sera prima aveva sentito piangere di tra le urla del marito o quelli di Pina che aveva sette figli e due profonde occhiaie, e cercava di assumere un’aria serena e indaffarata. Gli sguardi si mandavano messaggi ai quali non sarebbe mai stata data voce, mentre si parlava dei cofani da fare, della bontà dei legumi, del marito che preferisce le verdure a tutto il resto. In mezzo a tante parole inutili erano quegli occhi che parlavano più di tutti.
«Care cummari vi saluto» e con un pretesto ci si allontanava e si tornava dentro, a godersi la casa, che appariva solitaria e serena ora che Mino si era deciso a raggiungere Donato.
Era allora che Titta si fermava a pensare.
Si vedeva ragazzina a lottare con la madre, che non aveva voluto mandarla a scuola, perché non stava bene che una ragazza imparasse a leggere, che facesse la strada a piedi per andare chissà dove a imparare chissà che cosa. Sarebbe andata, come tutte, alla mescia, avrebbe imparato tutte le preghiere e ricamato il proprio corredo, mentre ripeteva le domande di San Pio X. Se chiudeva gli occhi gli sembrava ancora di sentirle: “Chi è Dio, Antonietta?” E Titta rispondeva: “Dio è l’essere perfettissimo creatore e signore del cielo e della terra”.
A scuola ci era andato invece Agostino, unico tra i suoi fratelli, troppo delicato di salute e forse anche troppo scansafatiche per il lavoro dei campi.

“Si farà prete” diceva la mamma. “Il nostro Agostino verrà fuori pio ed istruito e saprà di latino come i dottori.”
Invece Agostino era una testa di legno e non divenne mai prete. Tutto il pomeriggio se ne stava a compitare faticosamente con la testa nell’abbecedario, le lettere si confondevano tra di loro, le palpebre si facevano pesanti. Rannicchiata in un angolo, l’uncinetto tra le mani, Titta ascoltava la voce monotona di Agostino e si accorgeva che quelle parole, quelle sillabe che per lui non avevano alcun significato, per lei significavano tutto. Lei capiva. Se n’era accorta per caso e tante volte avrebbe voluto dire ad Agostino: “Ma come, non capisci? È tutto così semplice, così chiaro, così… bello!”. Ogni tanto si avvicinava curiosa a guardare al di sopra delle sue spalle su quel libro che le sembrava la porta del regno delle meraviglie, ne scorgeva le figure che sembravano tratteggiate con rapidi tocchi di inchiostro di china, ne ammirava le pagine bianche. Ma soprattutto era attratta dalle parole, da quei pochi segni che, ripetuti in ordini diversi, potevano contenere tutto il mondo. Restava immobile, sperando che Agostino non si voltasse, a volte per una mezz’ora, respirando piano e guardandolo sudare afflitto da uno sforzo che a lei sembrava il paradiso. Poi, inevitabilmente, Agostino si voltava e la allontanava in malo modo: “Vattene con le altre femmine! Che ne vuoi sapere tu? Via!”
Terminato l’inutile sforzo quotidiano, Agostino buttava via il libro e usciva in strada, a divertirsi, lieto che per quel giorno tutto fosse finito. Accadeva allora che, se la mamma era occupata, Titta riuscisse a guardare indisturbata in quel libro; altre volte lo faceva al lume della lampada, di notte, con la paura di essere scoperta da suo padre e di dover assaggiare la sua cinghia. Agostino non aveva mai imparato a leggere per bene, ma lei sì. E alla luce incerta di candele rubate o nel freddo angolo sotto alle scale, dopo essersi affrettata a sfregare bene i panni sul lavatoio per finire in fretta, Titta leggeva i libri che Agostino portava in casa da scuola e dalla biblioteca, e quelli che gli venivano regalati nella speranza di invogliarlo a farsi un’istruzione. Titta leggeva incurante della fatica e del sonno e in segreto scambiava i libri con amiche solidali, libri che sarebbero rimasti nascosti sotto cuscini o lavori di ricamo. Libri come quello, a brandelli, che aveva trovato un giorno nascosto tra la roba di sua madre, quella madre che un giorno aveva letto di nascosto come lei e oggi le impediva di farlo. Alcune delle storie che aveva letto avevano i contorni ormai sfumati nella sua mente, altre sembravano ancora vive dentro di lei. Emma Bovary la ricordava ancora bene, se ci pensava. A suo fratello qualcuno lo aveva prestato come libro “scandaloso”, da leggere di nascosto, ma neppure quell’allettante proposta aveva potuto qualcosa contro la sua indolenza. Era stata lei, invece, a leggerlo; e le era piaciuto quel libro, ma tante volte si era chiesta perché Emma fosse così infelice. Suo marito era un buon uomo, che la amava, né mai l’aveva picchiata come sua madre era stata picchiata da suo padre, come lei lo era da Donato e talvolta anche da Mino. A lei non era toccata neppure una briciola di quell’affetto che pure, con la sua mancanza di nerbo, aveva condotto Emma alla disperazione.

Un sussulto nel grembo le fece aggrottare la fronte e contrarre gli angoli degli occhi in una smorfia di dolore, poi un improvviso sfrigolio sulla cenere del focolare e un piccolo fiotto di fumo la riscossero. La pignata aveva traboccato, spegnendo il fuoco. L’acqua di cottura dei legumi aveva invaso il pavimento, macchiandolo. Un respiro profondo e si era di nuovo tirata su a fatica e prendeva lo straccio e la ramazza per pulire quel piccolo disastro. Nel frattempo il passo cadenzato di Donato, inconfondibile di tra i rumori della strada, si faceva sempre più vicino e già si sentiva chiamare.
«Titta!» gridava.
“Che strano”, pensava. “Le eroine dei romanzi non si chiamano mai Titta, ma Emma o Elisabetta o Giovanna o Pamela.”
E mentre osservava suo marito entrare, seguito a breve da Mino e dalla sua espressione beffarda, pensava che era tutta colpa di quel nome, che era lui che la imprigionava lì, in quella casa, davanti a quel focolare spento.

FINE

 
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