Zoppicante nel mondo, l’uomo
manifesta da sempre la necessità di incasellare le
sue azioni, di trovare un minimo comune denominatore capace
di inquadrare a livello teorico la sua essenza pratica. Si
porteranno due esempi e poi si tireranno le somme per vedere
se è possibile tradurre teoreticamente l’altalenante
atteggiamento del soggetto nella realtà che lo circonda.
A metà degli anni Ottanta, due famosi scrittori italiani
(Fruttero&Lucentini), dopo innumerevoli esperimenti e
osservazioni empiriche, proponevano una nuova categoria per
indagare la pratica dell’uomo nel mondo. Valutando l’atteggiamento
generale degli individui a loro contemporanei, i due ironici
scrittori avevano trovato un solo aggettivo in grado di classificarlo:
cretino.
I due si impegnavano, così, a tratteggiare una fenomenologia
sarcastica, realistica e brutale della bêtise.
Perché? Perché il Cretino (con la C maiuscola)
“conosce sempre nuove incarnazioni, i suoi corsi e ricorsi
rappresentano una sfida costante al pensiero speculativo”.
Si provi a mettere a confronto il Cretino (anni Ottanta del
Novecento) con la figura tratteggiata sul “Russkij Vestnik”
tra il 1868 e il 1869. Dostoevskij creò Myškin,
l’Idiota (con la I maiuscola): individuo sovra-individuale,
estraneo al suo tempo, al suo spazio, alle leggi di causa/effetto.
L’Idiota dostoevskijano è un estraneo, un fantasma
che si muove sul palcoscenico della realtà, sempre
a metà strada fra la finzione teatrale e i comuni aneliti
esistenziali. Come annotava Dostoevskij, la figura dell’Idiota
è stupenda perché la sua estraneità è
paradossalmente comica.
Cretino e Idiota hanno questo comune denominatore: sono figure
buffe, ridicole, in parte grottesche. Ma, al di là
di questa comunanza, la loro sostanza è assolutamente
diversa: il Cretino vive nella realtà, la accetta in
tutte le sue sfumature e diventa simbolo di essa, simulacro
di una stupidità ben più preoccupante che riguarda
gli abiti sociali, l’Humanitas in tutta la
sua generalità.
L’Idiota, in rapporto al Cretino, è esattamente
il termine antitetico: in un mondo di Cretini, l’Idiota
brilla nella sua ineliminabile inadeguatezza, la quale ha
a che fare sia con le comuni regole sociali, sia, più
in particolare, con la stessa identità personale. In
buona sostanza il Cretino è un’animale sociale,
l’Idiota uno spettro-specchio di quella che è
la comune imbecillità dello stare al mondo e dell’adeguarsi.
Ora, dopo attente riflessioni a proposito della Pietroburgo
ottocentesca e dell’Italia Yuppie degli anni
Ottanta, un quesito: il nuovo millennio appartiene agli “idioti”
o ai “cretini”? Oppure: è pensabile l’impossibile?
Cioè, è forse possibile che i due antitetici
termini di confronto si siano fusi in una nuova sintesi tale
da far sì che esista qualcosa (qualcuno) a metà
strada fra l’Idiota e il Cretino? Forse sì, ma
è bene prima mettere in chiaro alcune premesse.
I “cretini” non si sono estinti (come potrebbero?
Il pensiero comune ci illumina con un detto interessante:
la madre dei cretini è sempre incinta…
La saggezza contadina è inconfutabile!). Li possiamo
osservare ogni giorno anche solo guardandoci allo specchio:
per sua natura il Cretino non sa mai di essere un Cretino,
è tale solo agli occhi dell’altro. Da ciò
si deduce che tutti siamo dei potenziali cretini e che la
nostra bêtise aspetta solo di attualizzarsi nello spazio
e nel tempo della vita in società.
Per quanto riguarda l’Idiota, la situazione è
un pochino più complicata: esiste? È mai esistito
o è solo una figura letteraria? Forse è un archetipo
che ognuno di noi si porta dentro, ben sapendo, anche solo
a livello di inconscio, di essere attore su una platea mondana
eterogenea, mai del tutto convincente nella sua realtà.
La psicanalisi, le nuove tecnologie, la scatola televisiva,
l’illusione filmica vanno proprio ad incentivare questo
granello di idiozia galleggiante nel mare della cretineria.
La schizofrenica ripetizione di disomogenee situazioni teatrali,
la mimesi attiva ad ogni livello di rapporto personale -con
il proprio sé- e di rapporto extra-personale -con il
sé altrui- ci rimandano in continuazione alla stratificazione
e all’osservazione estraniante delle dinamiche psico-fisiche
e psico-sociali. Questo aumento del tasso di idiozia rispetto
al tasso di cretineria fa sì che il mondo appartenga
in parte ad una nuova figura: il Tapino (con la T maiuscola).
Quest’ultimo rappresenta la nuova frontiera esistenziale:
il Tapino è l’eroe del nuovo millennio. Combattuto
fra realtà e finzione, ingabbiato nel dubbio, ma troppo
impegnato per trasformare quest’ultimo nell’iperbole
cartesiana che adombra (seppur solo a livello sperimentale)
l’intera sostanza mondana, il Tapino si muove fra le
strade delle città. Sempre titubante, zoppicante, senza
la sfrontatezza del Cretino, il Tapino è una lumaca
senza guscio che scivola fra l’esteriorità e
l’interiorità. Il suo problema è che sa
di dover recitare per vivere nel mondo… Ma come ogni
lavoro, anche la mimesi teatrale continua è stancante.
Il Tapino è così un individuo che patisce lo
stress delle sue continue prestazioni sociali. L’anelito
a diventare Idiota e il desiderio di tornare all’inconsapevole
bêtise originaria lo mantengono sospeso come
un funambolo. Il Tapino si conserva, così, nel mondo.
Osservarlo (osservarci), come tapini fra i tapini, non è
comico, ma grottesco.
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