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Moris Bonacini

L'intervista

Nella sua opera permane un equilibrio quasi ragionato fra storia, antropologia e spirito compositivo; ciò è conseguenza di una scelta o è frutto di una spontaneità narrativa figlia di una certa maturità artistica?
"Sergio" è un libro particolare, per tantissime ragioni. La parabola di quella famiglia contadina ha dialogato, secondo vie che la nostra cultura abitualmente rimuove, con una grande trasformazione economica e culturale. La frattura vera è arrivata con gli anni Settanta del secolo scorso. Rispondendo al bisogno di trattare una materia ostica, nella quale ero anche personalmente implicato, ho incontrato subito la necessità di comporre un dialogo tra narrazione e saggio. Sono così stati immessi temi del tutto miei, legati ad una ricerca personale di lungo periodo. Ho scelto una forma narrativa anche per la parte saggistica; ho cercato di evitare sentenze e ricette. L’operazione, pertanto, non è stata né spontanea né cerebrale. Non so se essa sia il frutto di maturità artistica, non è affatto detto che la forma propria del "Sergio" si riproduca in altre opere. Alcune sono già definite: un altro romanzo, una raccolta di racconti; in esse ho cercato di far vivere la sensibilità antropologica dentro la narrazione. E’ però evidente che, dato che ciascuno è scrittore a suo modo, il "Sergio" contiene tracce di lavoro che vivranno anche altrove.

Cosa significa come strumento propositivo, scrivere in cosciente controtendenza? Preferirebbe riscuotere un vasto consenso di pubblico a scapito della sua coerenza di scrittore?
Ero consapevole di scrivere un "romanzo" inusuale, anche se nella grande letteratura sono presenti tante commistioni. Il "Sergio", semmai, ha consapevolmente proposto un percorso "duale". Non mi sono chiesto se fosse controcorrente, ho semplicemente obbedito a ciò che sentivo necessario. Sapevo che, anche per questa ragione, quel libro non avrebbe avuto un rilevante successo, ma andava comunque scritto in quel modo. Credo che ci siano tanti tipi di successo, che in sé non disprezzo affatto. Il miglior successo è quello che deriva da un’alchimia imprevedibile, ove la salute narrativa di chi scrive riesce a dialogare con la sensibilità del pubblico. E’ sempre possibile che un simile incontro accada anche a me, ma bisogna vaccinarsi contro il virus dell’attesa. Proporsi come priorità il grande successo porta a comporre fiction, e francamente non mi interessa.

Come valuta la stato della letteratura nel nostro paese ed in senso più moderno crede che l’avvento di internet abbia snaturato l’approccio alla lettura ed allontanato i giovani da una migliore comprensione anche dei testi del passato?
Non sono un esperto di letteratura italiana contemporanea. Stimo qualcuno: Meneghello, Rigoni Stern, Consolo (constato che sono anziani). Conosco Vassalli, Niffoi, Corona, Marani, altri, ma non mi hanno particolarmente colpito. Qualcosa di nuovo prometteva Mariateresa Di Lascia; mi convince Silvia Di Natale, ma con lei entra in gioco l’affinità culturale. Non sono esterofilo, ma sicuramente c’è di meglio all’estero (Pamuk, Oates, Larsson, Meimaridi, McEwan). Da quanto vedo e intuisco, ma potrei sbagliare, molta letteratura italiana contemporanea di successo in genere imita la fiction televisiva. Diciamolo alla romana: è un po’ paracula.
Quanto ad Internet, penso che sia uno strumento formidabile, come del resto lo è il computer in sé. Strumenti, appunto; il fatto è che antiche propensioni portano a vivere le innovazioni in forma di utopia, con esiti ovviamente disastrosi. Dato che nel linguaggio informatico è contenuta una enorme semplificazione, la trasformazione degli strumenti in personaggi può essere distruttiva. Dalla rete si possono attingere velocemente informazioni, ma la letteratura ha radici altrove. Ho ascoltato numerosi sproloqui, c’è persino chi identifica Internet con una forma avanzata di democrazia (!). Il vero allarme, però, non proviene dalla rete; Internet è parte di un mondo che sta scambiando la virtualità per la realtà. Il pericolo per i giovani è situato in questa spirale.

Il suo romanzo evidenzia una trama sostenuta dal trinomio vissuto sociale- identità- nostalgia, quale di questi importanti fattori secondo la sua ottica è più a rischio estinzione?
L’identità è vissuto sociale; è una trama e non un’essenza. Ciò che gli sviluppi sociali stanno colpendo, esasperando e stravolgendo tendenze in atto da secoli, è la vivibilità delle trame sociali. L’identità oggi è strattonata dal richiamo delle essenze, delle appartenenze esclusive, mentre vive una socialità depressa. E’ immersa in una comunicazione globale e non riconosce più i reticoli sociali che la rendono concreta e potenzialmente universale, capace di percepire l’altro come affine. La nostalgia, invece, proprio perché nutre le ideologie dell’identità, è da tempo in una fase ipertrofica, anche attraverso una molteplicità di travestimenti. Come affermo nel Sergio, questi sono i temi della mia personale ricerca.

Come vede tra 50 anni un probabile Sergio?
E’ un esercizio difficile, anche perché le futurologie non mi piacciono. In ogni caso gli scenari possibili sono tanti. Sergio potrebbe essere il cittadino di una parte marginalizzata del mondo che assiste alle degenerazioni ambientali, culturali, politiche, al declino della propria specie. Oppure essere il nuovo contadino – non necessariamente del cosiddetto Terzo Mondo – che opera in una rete globale (tipo Terra Madre, della quale è animatore Carlo Petrini). In questo secondo caso Sergio ha capito che difendere l’identità dei luoghi e la varietà delle culture, la sanità delle produzioni locali, l’equilibrio ambientale, l’equità dello sviluppo economico, riesce a far lievitare le matrici di un sorprendente riscatto delle profondità contadine annichilite dal dominio autodistruttivo delle culture urbane. Da queste culture, peraltro, questo Sergio ha dovuto imparare moltissimo. Ha anche capito che la sua azione non contribuisce a far vivere alcun partito, che le antiche agitazioni No Global erano solo eresie di un’ortodossia, che è stato liberatorio andare oltre, ecc. ecc.
Mi piacerebbe molto credere a questo secondo scenario, ma la ricchissima complicazione delle cose rende ridicole tutte le previsioni che fanno fermentare le nostre nostalgie.

Ha qualche consiglio da dare per chi si affaccia a questa particolare “professione”?
Salto la serie ordinaria e scontata dei consigli possibili. Devo anche dire che, nonostante l’età matura, anch’io sento il bisogno di consigli e di riscontri. Ritengo comunque fondamentale, per chi vuole scrivere, cercare un proprio linguaggio. Questo linguaggio può provenire dalle sensibilità personali coltivate con cura, dalle riflessioni sulle esperienze di vita compiute, dalle letture e dagli studi. Per trovare questo linguaggio personale è necessario un lungo e impegnativo lavoro. Ciò non significa che si debba scrivere solo in età matura: si impara scrivendo. Un giovane può disporre di propensioni e qualità di immediato valore che matureranno con l’esercizio e con il procedere della vita. Si deve fare attenzione, di questi tempi, e non precipitare nella virtualità. La letteratura, si sappia, è quella virtualità che illumina se si nutre degli insegnamenti dell’esperienza. In sintesi: chi vuole scrivere non inutilmente si predisponga ad un duro lavoro.

Intervista di Roberto Sannino
 
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