Nella
sua opera permane un equilibrio quasi ragionato fra storia,
antropologia e spirito compositivo; ciò è conseguenza
di una scelta o è frutto di una spontaneità
narrativa figlia di una certa maturità artistica?
"Sergio" è un libro particolare,
per tantissime ragioni. La parabola di quella famiglia contadina
ha dialogato, secondo vie che la nostra cultura abitualmente
rimuove, con una grande trasformazione economica e culturale.
La frattura vera è arrivata con gli anni Settanta del
secolo scorso. Rispondendo al bisogno di trattare una materia
ostica, nella quale ero anche personalmente implicato, ho
incontrato subito la necessità di comporre un dialogo
tra narrazione e saggio. Sono così stati immessi temi
del tutto miei, legati ad una ricerca personale di lungo periodo.
Ho scelto una forma narrativa anche per la parte saggistica;
ho cercato di evitare sentenze e ricette. L’operazione,
pertanto, non è stata né spontanea né
cerebrale. Non so se essa sia il frutto di maturità
artistica, non è affatto detto che la forma propria
del "Sergio" si riproduca in altre opere. Alcune
sono già definite: un altro romanzo, una raccolta di
racconti; in esse ho cercato di far vivere la sensibilità
antropologica dentro la narrazione. E’ però evidente
che, dato che ciascuno è scrittore a suo modo, il "Sergio"
contiene tracce di lavoro che vivranno anche altrove.
Cosa significa come strumento propositivo, scrivere
in cosciente controtendenza? Preferirebbe riscuotere un vasto
consenso di pubblico a scapito della sua coerenza di scrittore?
Ero consapevole di scrivere un "romanzo"
inusuale, anche se nella grande letteratura sono presenti
tante commistioni. Il "Sergio", semmai, ha consapevolmente
proposto un percorso "duale". Non mi sono chiesto
se fosse controcorrente, ho semplicemente obbedito a ciò
che sentivo necessario. Sapevo che, anche per questa ragione,
quel libro non avrebbe avuto un rilevante successo, ma andava
comunque scritto in quel modo. Credo che ci siano tanti tipi
di successo, che in sé non disprezzo affatto. Il miglior
successo è quello che deriva da un’alchimia imprevedibile,
ove la salute narrativa di chi scrive riesce a dialogare con
la sensibilità del pubblico. E’ sempre possibile
che un simile incontro accada anche a me, ma bisogna vaccinarsi
contro il virus dell’attesa. Proporsi come priorità
il grande successo porta a comporre fiction, e francamente
non mi interessa.
Come valuta la stato della letteratura nel nostro
paese ed in senso più moderno crede che l’avvento
di internet abbia snaturato l’approccio alla lettura
ed allontanato i giovani da una migliore comprensione anche
dei testi del passato?
Non sono un esperto di letteratura italiana contemporanea.
Stimo qualcuno: Meneghello, Rigoni Stern, Consolo (constato
che sono anziani). Conosco Vassalli, Niffoi, Corona, Marani,
altri, ma non mi hanno particolarmente colpito. Qualcosa di
nuovo prometteva Mariateresa Di Lascia; mi convince Silvia
Di Natale, ma con lei entra in gioco l’affinità
culturale. Non sono esterofilo, ma sicuramente c’è
di meglio all’estero (Pamuk, Oates, Larsson, Meimaridi,
McEwan). Da quanto vedo e intuisco, ma potrei sbagliare, molta
letteratura italiana contemporanea di successo in genere imita
la fiction televisiva. Diciamolo alla romana: è un
po’ paracula.
Quanto ad Internet, penso che sia uno strumento formidabile,
come del resto lo è il computer in sé. Strumenti,
appunto; il fatto è che antiche propensioni portano
a vivere le innovazioni in forma di utopia, con esiti ovviamente
disastrosi. Dato che nel linguaggio informatico è contenuta
una enorme semplificazione, la trasformazione degli strumenti
in personaggi può essere distruttiva. Dalla rete si
possono attingere velocemente informazioni, ma la letteratura
ha radici altrove. Ho ascoltato numerosi sproloqui, c’è
persino chi identifica Internet con una forma avanzata di
democrazia (!). Il vero allarme, però, non proviene
dalla rete; Internet è parte di un mondo che sta scambiando
la virtualità per la realtà. Il pericolo per
i giovani è situato in questa spirale.
Il suo romanzo evidenzia una trama sostenuta dal
trinomio vissuto sociale- identità- nostalgia, quale
di questi importanti fattori secondo la sua ottica è
più a rischio estinzione?
L’identità è vissuto sociale;
è una trama e non un’essenza. Ciò che
gli sviluppi sociali stanno colpendo, esasperando e stravolgendo
tendenze in atto da secoli, è la vivibilità
delle trame sociali. L’identità oggi è
strattonata dal richiamo delle essenze, delle appartenenze
esclusive, mentre vive una socialità depressa. E’
immersa in una comunicazione globale e non riconosce più
i reticoli sociali che la rendono concreta e potenzialmente
universale, capace di percepire l’altro come affine.
La nostalgia, invece, proprio perché nutre le ideologie
dell’identità, è da tempo in una fase
ipertrofica, anche attraverso una molteplicità di travestimenti.
Come affermo nel Sergio, questi sono i temi della mia personale
ricerca.
Come vede tra 50 anni un probabile Sergio?
E’ un esercizio difficile, anche perché
le futurologie non mi piacciono. In ogni caso gli scenari
possibili sono tanti. Sergio potrebbe essere il cittadino
di una parte marginalizzata del mondo che assiste alle degenerazioni
ambientali, culturali, politiche, al declino della propria
specie. Oppure essere il nuovo contadino – non necessariamente
del cosiddetto Terzo Mondo – che opera in una rete globale
(tipo Terra Madre, della quale è animatore Carlo Petrini).
In questo secondo caso Sergio ha capito che difendere l’identità
dei luoghi e la varietà delle culture, la sanità
delle produzioni locali, l’equilibrio ambientale, l’equità
dello sviluppo economico, riesce a far lievitare le matrici
di un sorprendente riscatto delle profondità contadine
annichilite dal dominio autodistruttivo delle culture urbane.
Da queste culture, peraltro, questo Sergio ha dovuto imparare
moltissimo. Ha anche capito che la sua azione non contribuisce
a far vivere alcun partito, che le antiche agitazioni No Global
erano solo eresie di un’ortodossia, che è stato
liberatorio andare oltre, ecc. ecc.
Mi piacerebbe molto credere a questo secondo scenario, ma
la ricchissima complicazione delle cose rende ridicole tutte
le previsioni che fanno fermentare le nostre nostalgie.
Ha qualche consiglio da dare per chi si affaccia
a questa particolare “professione”?
Salto la serie ordinaria e scontata dei consigli
possibili. Devo anche dire che, nonostante l’età
matura, anch’io sento il bisogno di consigli e di riscontri.
Ritengo comunque fondamentale, per chi vuole scrivere, cercare
un proprio linguaggio. Questo linguaggio può provenire
dalle sensibilità personali coltivate con cura, dalle
riflessioni sulle esperienze di vita compiute, dalle letture
e dagli studi. Per trovare questo linguaggio personale è
necessario un lungo e impegnativo lavoro. Ciò non significa
che si debba scrivere solo in età matura: si impara
scrivendo. Un giovane può disporre di propensioni e
qualità di immediato valore che matureranno con l’esercizio
e con il procedere della vita. Si deve fare attenzione, di
questi tempi, e non precipitare nella virtualità. La
letteratura, si sappia, è quella virtualità
che illumina se si nutre degli insegnamenti dell’esperienza.
In sintesi: chi vuole scrivere non inutilmente si predisponga
ad un duro lavoro.
Intervista di Roberto Sannino |
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