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giugno 2007: Intervista collettiva
Il Circolo intervista Bepi Vigna
Bepi Vigna, all’anagrafe Giuseppe, nasce il 24 luglio
del 1957 a Baunei, in provincia di Nuoro, tra le splendide
cale e le acque cristalline della Sardegna. Appassionato di
cinema e fumetti, collabora fin da ragazzo con periodici sardi
occupandosi di recensioni cinematografiche e televisive.
Si laurea poi in giurisprudenza, ed il sudato “pezzo
di carta” gli apre le porte della carriera forense che
praticherà per cinque anni, finchè la musa dell’ispirazione
bussa alla sua porta e lo strappa dalle grigie aule di tribunale
per proiettarlo in un mondo più consono alle sue inclinazioni
creative. Un mondo che prende le forme colorate del gruppo
fumettistico “Bande Dessinèe”, che Vigna
fonda insieme con Michele Medda ed Antonio Serra, incontrati
presso il centro culturale “Il Circolo” negli
anni ’80. È un incontro fortunato quello tra
i tre autori, l’inizio di un produttivo sodalizio artistico
che partorirà progetti importanti per il fumetto italiano.
Il 1985 rappresenta l’anno della svolta: il trio dei
Sardi, appellativo con il quale i tre autori sono noti nell’ambiente,
incontra Alfredo Castelli, collaboratore della nota casa editrice
Bonelli e sceneggia per lui una storia di Martyn Mistere,
“Il mistero del nuraghe”, riadattando uno scritto
di Vigna che aveva in oggetto argomenti legati alla tradizione
popolare sarda.
Questo è un momento decisivo nella vita artistica di
Vigna, in quanto entra in contatto con Sergio Bonelli, la
cui casa editrice rappresenta un elemento fondamentale nel
paesaggio fumettistico italiano; vera e propria fucina di
talenti, la Bonelli vanta infatti nella sua scuderia titoli
importanti come Tex, Martyn Mistere, il più giovane
Dylan Dog e tanti altri, mostri sacri della produzione cartacea
del bel paese.
Vigna inizia così a collaborare alle testate della
Bonelli, tra le quali Dylan Dog, uno dei suoi fumetti di punta
che vanta un largo seguito tra le masse di lettori.
Nel 1988, insieme con Medda e Serra, presenta a Bonelli il
progetto di un nuovo personaggio le cui storie, ambientate
nel futuro, andrebbero a coprire l’unico settore ancora
vuoto nella produzione della casa editrice milanese, quello
della fantascienza.
È così che viene concepito Nathan Never.
È un eroe atipico quello che esce dalla penna dei tre
Sardi, profondo e riflessivo, destinato a confrontarsi con
il mondo esterno ma anche con se stesso.
Personaggio complesso e dai toni più maturi rispetto
ai suoi “colleghi” bonelliani, Nathan Never si
muove in un futuro non troppo lontano, figlio di un mondo
tecnologico e moderno del quale però non si sente parte
completamente integrata.
Legato a elementi di un passato ormai superato, Nathan Never
rappresenta quasi un ponte tra questo passato, che per noi
è presente, ed il futuro in cui vive.
Il progetto risente delle suggestioni di Vigna verso la produzione
fumettistica del Sol Levante ma anche della sua cultura cinematografica,
elementi che sicuramente rivivono tra le pagine di Nathan
Never.
L’idea di questo nuovo personaggio, approvata da Bonelli,
si trasferisce dalla mente dei tre Sardi alla carta, in un
processo di osmosi creativa che da alla luce il primo albo
della serie, il mitico “Agente speciale Alfa”
che fa il suo debutto nelle edicole italiane nel giugno del
1991, sotto gli occhi trepidanti di migliaia di lettori che
attendevano con ansia e curiosità l’uscita dell’albo.
Disegnato da Castellini, già collaboratore della Marvel,
l’albo ha un successo così grande da lasciare
felicemente stupito lo stesso Vigna.
Un ottimo inizio per un titolo che ancora oggi, a sedici anni
da quel felice esordio, non cessa di appassionare la folta
schiera dei suoi lettori.
Seppure punto elevato del percorso artistico di Vigna, Nathan
Never non ne segna però il traguardo.
Figura molto attiva e decisamente poliedrica, Vigna fonda
nel 1993 a Cagliari una scuola di fumetto, la prima in Sardegna,
dando così ai giovani artisti locali un punto di riferimento
importantissimo per le loro aspirazioni creative.
Più recentemente si lascia catturare dalla “rete”
informatica, partecipando alla creazione di una casa editrice
di fumetti on line, la Hybris Comics, non lasciandosi sfuggire
le potenzialità comunicative che un mezzo come internet
può offrire.
Autore decisamente importante e dalle mille sfaccettature,
Vigna è stato in grado di cogliere e trasferire nelle
sue storie elementi caratteristici della cultura popolare
italiana, del cinema e della letteratura, adattandoli ai suoi
personaggi, testimoni credibili dei suoi messaggi.
Con la sua scuola del fumetto di Cagliari ha inoltre fornito
un importantissimo mezzo di crescita per i giovani talenti
nostrani, fornendo loro una preziosa palestra in cui cimentarsi
e crescere.
1. Leggendo il suo curriculum si vede che ha una laurea
in giurisprudenza e che per 5 anni ha anche esercitato la
professione. Come mai ha smesso? Rimpiange di averlo fatto?
No, non lo rimpiango affatto. Mi piaceva anche fare l’avocato,
ma scrivere è più divertente (anche se non meno
impegnativo).
2. Quale è stata la prima sceneggiatura che
ha scritto?
Le primissime le ho scritte che ero davvero un ragazzino,
affidandole ad amici che ritenevo bravi nel disegno. La prima
ad essere stata pubblicata una storia di Martin Mystére...
credo. Sono più di venticinque anni che facio questo
lavoro, la memoria non è più buona.
3. Quale è stato il suo percorso creativo
e come è riuscito a trasformare un hobby in una professione?
Verso i quattordici anni ho deciso che volevo scrivere
professionalmente e per imparare il mestiere mi sono imposto
di riempire ogni giorno almeno una pagina di quaderno. Scrivevo
di tutto: racconti, recensioni di film e libri, riflessioni
su ogni argomento. Un giorno, preso dallo sconforto, perché
non vedevo apprezzabili miglioramenti, ho buttato tutto quel
materiale nella pattumiera. Poi ho iniziato a collaborare
con qualche giornale, di solito gratis, scrivendo articoli
sul cinema e sulla televisione. Quando hanno iniziato a pagarmi
ho capito che forse qualcosa stava cambiando. Un giorno, per
puro caso, ho iniziato anche a collaborare con una casa editrice
di fumetti per adulti, a cui mandavo soggetti per storie dell’orrore.
Non so neanche se ne abbiano mai pubblicato qualcuna.
4. Insieme con Medda e Serra siete definiti la “Banda
dei Sardi”, visti i comuni natali. In quale occasione
vi siete conosciuti e come è nato e si è sviluppato
nel tempo il vostro sodalizio professionale?
Io e Antonio Sera frequentavamo Cagliari un circolo
dove si era formato un gruppo di appassionati di fumetti.
Fu lì che conoscemmo Michele Medda, Vanna Vinci, Otto
Gabos ed altri. Io, all’epoca, ero l’unico che
scriveva, tutti gli altri erano più interessati al
disegno. Un giorno, abbiamo conosciuto Alfredo Castelli, e
ci è venuta l’idea di proporgli un soggetto per
Martin Mystére. Rielaborammo una storia che avevo scritto
per Antonio Serra, basata su alcune leggende di Baunei, il
paese dove sono nato. Castelli utilizzò quella storia
e iniziammo a collaborare con lui scrivendo alcuni testi dell’Almanacco
del Mistero e altre piccole cose.
5. In quali circostanze è avvenuto l’incontro
con Sergio Bonelli e come è nata la vostra collaborazione?
Castelli ci conigliò di contattare la Bonelli
e noi inviammo dei nuovi progetti per Martin Mystére.
Tiziano Sclavi, che all’epoca lavorava in redazione,
li lesse e ci propose di riadattarli per la sua nuova serie,
Dylan Dog. Qualche ano dopo, poi, presentammo a Bonelli il
progetto di Nathan Never e venne accettato.
6. Quale pensa sia stato e sia il ruolo della casa
editrice Bonelli nel panorama fumettistico italiano?
Fondamentale. Bonelli è il fumetto italiano!
Io credo che sia l’editore che ha dato dignità
al racconto popolare, che nel nostro paese non aveva mai incontrato
fortuna. Credo che Tex sia la vera icona del racconto popolare
italiano, anche più dei personaggi di Salgari.
7. Quali sono i titoli in cui ha collaborato nell’ambito
della casa editrice?
Oltre Dylan Dog e Martin Mystére ho scritto
una storia di Nick Raider, una storia di Zagor, qualch Zona
X… e poi Nathan, Legs, Agenzia Alfa e Asteroide Argo.
8. Tra i tanti fumetti della Bonelli uno dei più
amati è stato sicuramente Dylan Dog. Forse la chiave
di tale successo sta nel processo di identificazione che i
giovani hanno sviluppato nei confronti di tale personaggio.
Cosa pensa in proposito, si aspettava tale successo?
Nessuno allora poteva immaginarlo… perché
nessuno aveva capito la genialità di Tiziano Sclavi,
capace di fare poesia utilizzando materiali della cultura
di massa come gli splatter-movie, mischiando il racconto popolare
a tematiche importanti.
9. Il 1 giugno 1991 è stata una data molto
importante. Nelle edicole italiane ha fatto la sua comparsa
Nathan Never. Come ha vissuto tale momento?
Con molta emozione e anche stupore per l’incredibile
successo. Un’esperienza che sono felice di aver vissuto.
10. N.N. è in assoluto il primo fumetto di
fantascienza uscito dalla scuderia di casa Bonelli. Da dove
è nata l’idea di questo personaggio e come è
stata accolta da Sergio Bonelli?
Volevamo creare un nostro personaggio e ci siamo
mesi a studiare la cosa con molta cura. Fare una serie genere
fantascientifico era quasi obbligatorio, dato che era l’unico
settore dell’avventura che in quel momento, alla Bonelli,
era scoperto. Abbiamo cercato di mettere insieme gli spunti
migliori tratti dalle differenti idee che ciascuno di noi
aveva in quel momento. Un lavoro fatto a tavolino, se vogliamo,
ma dove c’era anche molta passione.
Bonelli ha dato fiducia a tre ragazzi con poca esperienza
che gli proponevano una nuova serie. Considerato il fatto
che Nathan è ancora uno dei fumetti più letti,
bisogna dire che il nostro editore ha avuto un ottimo fiuto.
11. Il fumetto ha riscontrato un notevole successo
che poi si è consolidato nel corso degli anni successivi.
Quale pensa sia stata la chiave di tale successo? Crede si
possa parlare di un processo di identificazione simile a quello
di Dylan Dog o bisogna cercare altrove le motivazioni?
Certamente il successo di Dylan Dog ha aiutato anche
noi. Si era creata, infatti, molta attesa per la nuova serie
fantascientifica della Bonelli. Credo chi sia noi che l’editore
siamo stati abbastanza bravi a non deludere (almeno non del
tutto) le attese dei lettori. Il processo di identificazione
dei lettori col personaggio è molto differente rispetto
a Dylan Dog. Il personaggio di Sclavi è una metafora
dell’adolescenza, il nostro no. In Nathan la metafora
è più spostata sulla realtà. Il mondo
dove vive il nostro personaggio è un riflesso deformato
ed esasperato di quello reale.
12. Il primo numero di N.N. ha visto ai pennelli un
autore importante come Castellini, il cui tratto maturo sicuramente
subisce l’influenza del fumetto americano (mi riferisco
soprattutto ai personaggi della Marvel). Come è caduta
la scelta proprio su di lui?
La caratterizzazione del personaggio è stata
decisa e discussa da me, Michele e Antonio, e vi hanno partecipato
in varia misura molti disegnatori (da Michele Pepe a Dante
Bastianoni) a cui abbiamo chiesto di provare a visualizzavano
le nostre idee. Castellini ha realizzato i model sheet dfinitivi,
sulla base di schizzi e indicazioni fornite da noi. Castellini
ci piaceva perché aveva un segno spettacolare, pieno
di energia. Lo vedevamo in linea col pubblico a cui intendevamo
rivolgerci. Avevamo già collaborato con lui su Dylan
Dog e così chiedemmo all’editore di dirottarlo
sulla nostra serie.
13. Per il personaggio di Dylan Dog spesso si è
detto che ci si è ispirati nei tratti somatici all’attore
inglese Rupert Heverett ed in effetti la somiglianza si nota.
Esiste un modello anche per N.N.?
No. I primi disegni sul personaggio vennero fatti
da un disegnatore sardo, che aveva pubblicato su Alter Linus,
Pier Luigi Murgia, a cui dicemmo di ispirarsi a Mickey Rourke.
Ma venne fuori una faccia molto diversa. Abbiamo lavorato
con altri correggendo quegli schizzi iniziali e alla fine
il risultato è stato quello che conosciamo.
14. N.N. è un personaggio complesso. Figlio
di un tempo dominato da una tecnologia che sembra spianare
la vita dell’uomo rispondendo a tutte le sue esigenze;
N.N. fin dalle prime battute in tale mondo si muove goffamente,
più ancorato al passato che non proiettato verso il
futuro, nostalgico ed allo stesso tempo un po’ malinconico.
Come ci spiega quest’aspetto del personaggio? E’
forse la metafora dell’uomo moderno incapace di cavalcare
l’onda del mutamento di tempi troppo frenetici?
Nathan riflette lo steso senso di inquietudine dell’uomo
moderno. E’ un personaggio che ha delle contraddizioni,
che si trova a disagio in un mondo che è cambiato troppo
velocemente. Non un personaggio tutto d’un pezzo, ma
sfaccettato, con dubbi, debolezze, ma anche principi forti
a cui restare ancorato.
15. N.N. non appare come un eroe classico dai contorni
precisi, senza macchia e senza paura. Al contrario di macchie
ce ne sono ed offuscano il suo passato caratterizzato da scelte
discutibili ed eventi traumatici che rivivono nel suo difficile
rapporto con se stesso e con la figlia. Tematiche mature e
profonde che accompagnano il personaggio nella sua evoluzione.
Ci parli della scelta di tale caratterizzazione.
Perché il personaggio fose credibile abbiamo
cercato di immaginarne la psicologia. Nathan si sente in colpa
per quanto è sceso alla figlia e alla moglie e ha maturato
una personalità autodistruttiva, che lo porta a lanciarsi
in imprese al limite del possibile. Lavorare all’Alfa
è la sua maniera per espiare i peccati.
16. La tecnologia che compare nel fumetto è
frutto solo della fantasia o ci sono elementi che traggono
spunto da studi reali e fattibili?
Tutto parte da una base scientifica. Nella fantascienza
la fantasia ha questo preciso confine.
17. Un ruolo essenziale nelle sceneggiature dei fumetti
di casa Bonelli spesso lo giocano le citazioni. Evidenti nelle
storie di Dylan Dog ad esempio sono i richiami al cinema,
alla letteratura ed alla musica. Anche in N.N. si riscontrano
tali citazioni che spesso richiamano autori come Asimov o
classici della letteratura come Conrad (vedi “Cuore
di tenebra”). Notevoli sembrano inoltre i richiami a
pellicole come Blade Runner, soprattutto nelle ambientazioni,
nella caratterizzazione della metropoli fumosa e multietnica
all’interno della quale si muove N.N. o ad Alien, altra
pellicola di Ridley Scott, o a film come fuga da New York,
vedi albo “La zona proibita” o addirittura classici
come i “Tre dell’operazione drago”. Ce ne
può parlare? Quali sono le sue suggestioni e gli autori
che maggiormente la hanno influenzata e l’influenzano?
Sia io che i miei due colleghi, prima di essere lettori di
fumetti siamo lettori a tutto tondo. Inoltre tutti e tre siamo
grandissimi appassionati di cinema. Quando scrivi, soprattutto
quando lavori nell’ambito della narrativa popolare,
non puoi fare a meno di essere un lettore e uno spettatore
omnivoro. Ed è inevitabile che suggestioni e riferimenti
che derivano da film e libri che si amano finiscano nelle
storie. Nel caso di Cuore di Tenebra, mi intrigava fare una
versione a fumetti di uno dei miei libri preferiti. La saga
di Athos Tan era un omaggio al cinema di kung fu, che negli
anni Settanta, quando era un ragazzo, mi aveva colpito molto.
Sia un film come Blade Runner, sia i romanzi di William Gibson
erano assolutamente imprescindibili per chi voleva fare fantascienza
nei primi anni Novanta.
Per quanto riguarda gli autori che mi hanno influenzato non
saprei dire. Mi hanno influenzato molte cose… anche
roba che apparentemente è molto distante da Nathan,
come Raymond Chandler, o Frank Herbert (quello di Dune). Tra
i fumetti ho amato molto 2001 Night, Watchmen, e Valerian
di Christin e Mézieres.
18. Un fumetto nasce dalla stretta collaborazione
tra lo sceneggiatore ed il disegnatore. N.N. oltre ad un solido
impianto narrativo può vantare un’ottima veste
grafica con disegnatori notevoli come Castellini, De Angelis,
Casini solo per citarne alcuni. Come si svolge il lavoro di
creazione dell’albo e come si sviluppa la collaborazione
tra i due attori del processo creativo? Quanta libertà
ha di fatto il disegnatore nell’elaborazione delle tavole
rispetto ai dettami dello sceneggiatore?
Dovrei dire poca libertà, perché è
lo sceneggiatore che decide che cosa va disegnato. In realtà,
lavorando con disegnatori di una certa esperienza e con cui
c’è un certo affiatamento, si collabora abbastanza.
Di solito cerco di scrivere delle stoie che si adattino non
solo allo stile, ma anche ai gusti e agli interessi di chi
le deve disegnare.
19. I fumetti del Sol Levante, i manga, hanno giocato
un ruolo essenziale nel fumetto fantascientifico, sia nella
veste grafica che nei temi trattati. Mi riferisco a classici
della produzione nipponica come Mazinga, Goldrake, Gundam
etc…, ma anche a opere più vicine a N.N. come
Xenon o i visionari Appleseed e Gost in the Shell di Masamune
Shirow. Qual è il suo rapporto con la produzione nipponica?
Quali crede siano state le sue influenze su N.N.?
Io e i miei colleghi siamo stati tra i primi, in
Italia, a studiare i manga, che ci facevamo arrivare dal Giappone,
spendendo cifre per allora veramente folli. Ricordo anche
intere serate passate a discutere sui primi fumetti giapponesi
apparsi in Italia su Eureka (Golgo 13 di Takao Saito), o a
visionare cassette in di cartoni animati, spesso in pessimo
stato, a casa di Vanna Vinci, l’unica del nostro gruppo
che disponesse di un videoregistratore. Quando stavamo progettando
la città di Nathan, in Italia non era ancora uscito
Akira, di Otomo e utilizzammo qualche disegno dei palazzi
avveniristici che comparivano in quella stoia per dare ai
disegnatori un’idea del tipo di ambiente urbano che
volevamo visualizzare. Influenze quindi ce ne sono state sicuramente,
anche a livello inconscio, perché eravamo anche lettori
di manga.
20. Parlando sempre di veste grafica, N.N. sembra
influenzato sia dai manga giapponesi che da autori come Giger,
disegnatore svizzero curatore della scenografia di Alien e
visionario illustratore di un mondo dove tecnologia e tessuti
biologici convivono in una pulsante fusione di carne e acciaio.
Tali scelte sono di esclusiva competenza dei disegnatori o
seguono suggerimenti e indirizzi dettati dagli sceneggiatori?
Tutto è sempre dettato dagli sceneggiatori.
Più che Giger, però, a influenzarci è
stata la letteratura cyberpunk degli anni Ottanta, dove la
simbiosi uomo-machina era una costante. Potrei citare anche
un film come Tetsuo.
21. Rimanendo ancora sul piano grafico, a volte N.N.
è stato accusato di plagio riportando nelle sue tavole
elementi presi dalle pagine di famosi ed apprezzati manga.
In quel caso si è parlato di semplici citazioni dovute
all’ammirazione e all’ influenza che tali lavori
suscitavano nei disegnatori accusati. Cosa pensa in proposito?
Dove crede debba essere individuato il limite tra citazione
e plagio?
Nathan Never non è mai stato accusato di plagio.
Il fatto che qualche volta ci si possa ispirare graficamente
a qualche elemento presente in altri fumetti può accadere,
anche perché non si inventa mai nulla di nuovo. Ho
già detto che, nelle prime storie, per il look della
città abbiamo guardato speso ad alcune architetture
presenti in fumetti giapponesi come Akira. Ma questo è
normale. In realtà è stato soprattutto Nathan
ad essere “saccheggiato” da altri autori, anche
stranieri, che hanno copiato il tecnical design, il costume
dei personaggi e in qualche caso anche la fisionomia. Qualcuno
forse ricorda il testimonial di una nota ditta di calzature
che rifaceva, in maniera abbastanza esplicita (seppure chiave
caricaturale) il nostro personaggio, per trasmettere l’idea
di “uomo del futuro”. Ma non parlerei di plagio.
E’ inevitabile che certi prodotti narrativi di successo
diventino un riferimento per chi si cimenta in ambiti attigui.
La citazione è qualcosa di più… è
un omaggio riconoscibile (e sottolineato) a qualcosa che ha
influenzato l’autore e che lui apprezza.
22. In questo gioco di rimandi e citazioni spesso
anche il cinema ha tratto beneficio dal fumetto. Mi riferisco
alla trasposizione di classici della Marvel e non su grande
schermo ed al successo riscontrato. In particolare mi vengono
in mente “Sin City” ed il più recente “300”
tratti dai soggetti di Frank Miller, dove la scelta di autore
e regista ne ha conservato intatte le suggestioni fumettistiche,
sia per la veste grafica e la particolare fotografia che per
la tecnica narrativa e visiva, trasformandoli in fumetti dinamici
da ascoltare e vedere più che in film veri e propri.
Cosa pensa di tale esperimento?
Credo che finalmente il cinema si sia reso conto
della forza espressiva e della potenzialità narrativa
di certi fumetti. Sin City e 3000 sono degli esperimenti interessanti,
il secondo soprattutto sul piano visivo.
23. Pensa che un soggetto come N.N. potrebbe diventare
un film senza perdere di spessore e contenuti?
Sono convinto che Nathan abbia ottime prospettive
cinematografiche. Ma non lo penso solo io, dato che i diritti
del nostro personaggio sono stati acquisiti dalla Pltinum
Studios e per un periodo opzionati anche dalla Dream Works.
24. In un film un ruolo essenziale lo gioca anche
la colonna sonora, valido supporto all’impianto narrativo.
Crede che il fumetto possa essere penalizzato dall’evidente
mancanza di tale elemento?
No, perché la colonna sonora è una
parte del linguaggio del cinema. Il fumetto, seppure vicino
al cinema, è un altro linguaggio. Nessuno ha mai pensato
che il fatto di non avere colonna onora penalizzi la letteratura!
25. Quali pensa possano essere le differenze tra
lo scrivere un soggetto per il fumetto piuttosto che per il
cinema o il teatro?
Si usano dei codici espressivi differenti, ma si
tratta sempre di un lavoro di scrittura. Personalmente credo
che ci siano stoie più adatte a essere raccontate con
un linguaggio piuttosto che con un altro.
26. Di fronte al progresso tecnologico la carta stampata
sta passando sempre più in secondo piano di fronte
a mezzi di comunicazione più veloci ed immediati come
internet, che meglio rispondono ai ritmi accelerati cui siamo
sottoposti. Anche l’idea di “audiolibri”
da ascoltare invece che leggere sembra venire incontro a tali
nuove esigenze. Crede che esista il rischio di arrivare ad
un futuro neanche troppo lontano come quello di N.N. dove
libri e fumetti diverranno rarità per il palato di
pochi spiriti nostalgici?
Potrà entrare in crisi il supporto cartaceo,
ma non la lettura. Per il momento, niente è più
pratico di un libro o di un albo a fumetti per leggere a letto,
o in bagno.
27. Negli anni novanta lei ha aperto una scuola di
fumetto in Sardegna, dando la possibilità a molti giovani
di accostarsi a questo mondo. Crede sia importante per un
ragazzo che vuole intraprendere questa carriera frequentare
una scuola come questa?
La mia esperienza, iniziata nel 1993, mi fa dire
di sì. Dalla mia scuola sono venuti fuori quasi tutti
i giovani autori sardi che hanno pubblicato qualcosa negli
ultimi due decenni. L’importante è insegnare
con passione e con serietà, cosa che io e i miei collaboratori
abbiamo sempre fatto. Purtroppo ci sono anche delle scuole
di fumetto dove insegnano persone che non hanno esperienza
professionale e didattica.
28. Quali suggerimenti darebbe ad un aspirante sceneggiatore
o disegnatore?
Lavorare con impegno e passione e non arrendersi
di fronte alle difficoltà che si incontrano inevitabilmente
quando si vuole fare un lavoro creativo. E’ anche importante
domandarsi ogni tanto se si ha davvero qualcosa da dire.
29. In un’intervista ha dichiarato che “quando
si fa un mestiere bello come il mio qualcosa bisogna restituirlo…”.
cosa pensa di aver restituito?
Non so… io per esempio, anche se sono molto
impegnato, continua a fare laboratori con i bambini (anche
gratuitamente) e cerco di non dire mai di no, quando mi propongono
di fare qualcosa che possa aiutare a promuovere il fumetto,
o quando si tratta di dare una mano a qualche giovane che
mi chiede consigli. Credo che chi ha la fortuna di fare un
lavoro come il mio abbia il dovere di essere disponibile.
Personalmente ritengo abbia già restituito
molto e in occasione dell’imminente sedicesimo compleanno
di N.N. non posso che farle i miei auguri per la sua carriera
e ringraziarla per la preziosa collaborazione.
Grazie. Un caro saluto a tutti.
Emanuele Liani
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