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aprile 2007: Intervista collettiva
Incontro con Patrizia Ortolani
L’Africa, il continente Nero, oscuro nei suoi segreti
e misteri tanto quanto il colore che gli viene attribuito.
Eppure qualcuno vi ha scorto una luce che finora ci era sfuggita.
L’Africa diventa bianca, l’ombra si trasforma
e respira, la paura si disperde perché si accenda la
speranza di una popolazione che vive di pregiudizi e di stenti.
Cristiano Sabbatini intervista Patrizia Ortolani, una donna
che ha provato sulla propria pelle le profonde contraddizioni
che l’Africa conserva. Moglie di un esperto internazionale,
si è occupata di progetti di educazione alimentare
in Rwanda, Burkina Faso, Benin e Angola. Gli argomenti tracciati
in questo percorso hanno toccato temi come la solidarietà,
il costume e la società, la letteratura, il cinema
e non solo.
Il concetto di “povertà” sembra
avere una definizione unica. Essere poveri in Africa e in
Europa è la stessa cosa?
Le due concezioni hanno una differenza insanabile;
in Europa povero è colui che non può permettersi
solo determinati beni, il povero africano, invece, soffre
l’assenza di cibo e di beni primari.
Ogni anno vengono elargite ingenti quantità
di denaro a favore dei paesi in via di sviluppo, ma la situazione
non sembra migliorare. Dove si interrompe l’iter di
distribuzione?
Sicuramente all’arrivo. Ho visto casse della
Croce Rossa rivendute nei mercati a prezzi di strozzinaggio.
Purtroppo è un fenomeno che esisteva in passato e che
permane anche nel presente. Su questo argomento, almeno in
questa sede, preferisco sorvolare.
Muhammad Yunus ha vinto il Nobel per la pace
nel 2006. Mediante l’utilizzo del microcredito, Yunus
ha trovato il modo di fornire al 10% della popolazione del
Bangladesh (12 milioni di persone) gli strumenti per uscire
dalla miseria. Dal libro di Yunus “Il Banchiere dei
poveri” (Feltrinelli), risulta che, di fatto, la percentuale
di rimborso del prestito è addirittura del 98%. Sarebbe
possibile applicare ai paesi africani più poveri misure
analoghe a queste? Esiste uno "Yunus" in versione
africana?
L’africa non è l’Asia, anche il
concetto di denaro è differente. In Africa non si è
legati tanto al denaro quanto all’alimentazione; è
questo un luogo saldamente legato alla tradizione e anche
i valori sono archetipizzati.
Le donazioni a distanza sono realmente efficaci?
Personalmente ho adottato una bambina e credo che il sistema
funzioni. Il donare, inteso nella concezione impari del buono
occidentale che dona al povero africano, è profondamente
sbagliato. Occorre la canna da pesca più che il pesce,
consuetudine per dire che è necessario fornire gli
strumenti. Io credo nella cooperazione decentrata; in Africa
servono microprogettazioni che siano attuabili secondo i metodi
della popolazione locale.
In Africa l’incidenza dell’AIDS
sul tasso di mortalità è devastante. Cosa fa
l’occidente per interromperne la diffusione?
Non è semplice rispondere in quanto non è
possibile considerare l’Africa come un’entità
compatta. Esiste una doppia Africa: una occidentalizzata e
l’altra tradizionalista. Nella parte occidentalizzata,
sicuramente l’impegno è notevole; ma nell'altra,
le malattie sono curate ancora con le erbe e la popolazione
si affida alla magia degli stregoni che giustificano la morte
come frutto della volontà di uno spirito.
Quanto la superstizione è insita nella
società africana? In che modo si manifesta?
Non esiste superstizione ma tutto è “magua”,
la magia. Mi spiego meglio: nel caso di un ipotetico incidente
stradale in occidente saremmo pronti a dare la colpa alla
macchina, all’autista, alla pioggia, ecc., in Africa
invece se ne cercano i motivi nell’ostacolo posto nei
confronti di divinità o essenze. Come nel rapporto
causa-effetto, ogni cosa che accade ha un perché in
una sorta di predestinazione. Ma il fatalismo troppo spinto
diventa alibi e pigrizia. Ciò che l’africano
deve fare è ricominciare da capo per riabilitare una
dignità calpestata.
L’usura è uno dei fenomeni che
maggiormente zavorrano la crescita tanto del singolo quanto
di un intero paese. L’usura è presente anche
in Africa?
Si, ma ha una concezione diversa rispetto a come
è intesa da noi. Lì è legata allo strozzinaggio
dei generi alimentari da parte dei produttori.
Qual è il ruolo delle donne in Africa?
Le donne sono molto importanti, sono la spina dorsale del
continente, la sua forza. Le madri sono le leader della famiglia
anche se in società non emergono molto. Sono donne
che non si sentono mai fallite. Se non ci fossero le donne
mancherebbe l’anima africana. Vi racconto un aneddoto:
ho visto una donna incinta camminare con un figlio in spalla,
il cesto della spesa pieno e accanto a lei il marito che portava
solo la sua radiolina.
In una sua recente e-mail ha scritto un pensiero
molto interessante: “Non si può pretendere di
considerare un popolo “civile” solo se lo si adegua
al nostro modello”. Cosa significa?
L’Africa possiede una civiltà meravigliosa
e dei valori straordinari. Pensate che i figli sono considerati
un prestito della divinità. Gli africani hanno un rispetto
grandissimo per la vita, anche se, essendo questo un luogo
pieno di contraddizioni, tale valore non esiste in tempo di
guerra.
Ritengo che la gran parte dei bambini italiani
(ma forse dovrei dire occidentali) sia viziata “per
definizione” e non oso immaginare il loro sviluppo da
adulti. In cosa la società africana potrebbe essere
maestra di vita per noi occidentali?
Anche i bambini africani appartenenti a un ceto benestante,
sono ugualmente viziati. È un continente sottoposto
a numerosi dualismi e questa ne è un’ennesima
rappresentazione. Ciò che mi ha colpito è il
grande rispetto per gli adulti e gli anziani. Si tende a curare
i vecchi per preservare la loro saggezza, ed è questa
una regola che vale in tutte le classi sociali.
Come educatrice alimentare ha collaborato
con alcuni missionari spagnoli. In cosa consisteva materialmente
il vostro lavoro?
Insegnavamo che la nutrizione è importante
non solo per combattere la fame, ma anche per prevenire le
malattie. Nei luoghi in cui sono stata ho fatto conoscere
i benefici dell’insalata che non era utilizzata, o del
pesce che veniva mangiato solo dalle popolazioni che vivevano
in prossimità di laghi o fiumi.
La tratta degli schiavi durò fino
alla fine del X1X secolo. Lo schiavismo è un fenomeno
realmente estinto in Africa?
Formalmente non esiste, ma in realtà è
un fenomeno ancora presente. Ricordiamo ancora l’esistenza
delle due Afriche, la tradizionale e l’occidentalizzata.
“…Quel giorno avevo motivo di
essere più eccitata del solito per il ritorno a casa.
Avevo finito i miei studi e stavo tornando a Dankana per insegnare
nella sua unica scuola, la St. Dominic, la stessa che avevo
frequentato anch’io. Mi piaceva l’idea di restituire
qualcosa alla mia terra ed ero contenta di tornare a vivere
a Dankana e di far parte della comunità. Perché
Dankana è la casa e, come chiunque da queste parti
direbbe con orgoglio, la casa è la casa…”.
(estratto da Foresta di fiori edito da “Edizioni Socrates”,
scritto da Ken Saro-Wiwa, autore nigeriano morto nel ’95).
Per noi occidentali la proprietà è un concetto
elementare, un punto di riferimento quasi scontato. Cosa significa
“la casa è la casa” per quelle popolazioni
che non ne hanno mai visto una vera? Cos’è la
“casa”?
Bisogna abbandonare il nostro modo di pensare. Noi
europei intendiamo “casa” la fissa dimora; per
gli africani la casa è la famiglia, i ricordi e l’ambiente,
non importa se rappresentato da un tetto di paglia o da un
muro di mattoni.
Qual è la sua posizione in merito
alla cancellazione del Debito nei Paesi in via di sviluppo?
Sono d’accordo, ma non si può regalare
nulla. Occorrerebbe che questi stati si impegnassero seriamente
e si assumessero le proprie responsabilità; per esempio
in materia di alfabetizzazione o opponendosi ai traffici di
scorie tossiche e di armi.
Quale film ci consiglia di vedere per avere
una visione che maggiormente si avvicini a quella che è
la realtà africana?
Per esempio “il Viaggio”, di
un autore del Burkina Faso, racconta l’esodo di un popolo
verso l’Occidente e riflette la vita di un africano
che si spinge verso l’ignoto. È il punto di vista
che rappresenta la principale novità rispetto a film
come “la mia Africa” nel quale lo sguardo attraverso
cui si osserva la realtà è tipicamente occidentale.
Cosa l’affascina di più dell’Africa?
Da cosa i suoi figli erano più colpiti?
Sicuramente dalla natura e dalla cortesia delle persone.
A mio figlio rimase particolarmente impresso l’attacco
dei Nibi, che sono grossi uccelli simili ad avvoltoi. Era
molto piccolo e rimase notevolmente impressionato.
Quali sono i posti che non si può
non andare a vedere?
Del Rwanda certamente il parco dei gorilla chiamato
“Kagera”. L’Angola è meravigliosa,
il cielo sembra più basso che da noi. Bisogna però
fare molta attenzione perché ci sono ancora mine anti-uomo
inesplose. Sicuramente è stupendo il mare sul quale
si affacciano le terre africane. I colori e i profumi di tutta
l’Africa sono indimenticabili, le persone sono calorose
e accoglienti.
Ci può raccontare una sua avventura
indimenticabile?
Un episodio indimenticabile fu quando scoppiò
improvvisamente un colpo di stato. Eravamo al ristorante dell’OVIV:
dopo aver recitato la preghiera iniziale che il locale richiede
come sua consuetudine, abbiamo cenato. Ad un certo punto arriva
una suora e ci dice con un sorriso graziato: “Pare ci
sia stato un colpo di stato, recitiamo una preghiera ed andatevene”.
Siamo usciti dal ristorante e ci siamo ritrovati al buio.
Siamo andati in macchina e ci siamo mossi nell’ombra
prestando la massima attenzione perchè ci potevano
sparare da un momento all’altro. Nonostante non ricordassimo
la strada, ce l’abbiamo fatta. Da allora cerco di mantenere
una promessa che feci quel giorno mentre pregavo per la nostra
incolumità: parlare di meno quando sono in pubblico.
Questa sera abbiamo invitato al nostro incontro
Andrea Pontrioli, responsabile dell’Ufficio Stampa di
Medici Senza Frontiere, nonché vecchio socio del Circolo.
Abbiamo visto la tua intervista andata in onda ieri sera alla
trasmissione Le Iene, riguardante la nuova campagna di sensibilizzazione
“Dimmi di più”. Puoi parlarci della tua
associazione e spiegarci di che cosa tratta questa iniziativa?
Medici Senza Frontiere è una organizzazione
umanitaria che nasce nel 1971 ad opera dei medici della Croce
Rossa Internazionale, e che si basa sul principio della “confidenzialità”.
La caratteristica principale dei MsF è la combinazione
tra l’essere medico e giornalista. Da un lato quindi
si aiutano le popolazioni ad affrontare le carestie, dall’altro
si cerca di informare il grande pubblico sulle condizioni
in cui queste popolazioni vivono. Ogni anno redigiamo il “Rapporto
sulle crisi dimenticate” perché i media ci informano
solo dei conflitti che rientrano nella propria logica come
l’Iraq, il Medio Oriente… Ma sono tante le guerre
che restano segrete, di cui nessuno sa nulla; un esempio è
costituito anche dal caso della Somalia. Purtroppo il valore
di una notizia aumenta qualora essa si riferisca al macrotema
del terrorismo o nel caso in cui sia connessa al dibattito
interno del paese nel quale viene trasmessa. Perciò
ci impegniamo a chiedere a tutti i direttori dei telegiornali
e quotidiani italiani “dimmi di più”! Una
malattia come l’aviaria ha avuto uno spazio mediatico
amplissimo con 410 servizi all’interno dei giornali
per raccontare 80 decessi in tutto il globo. Malattie dimenticate
come la tubercolosi hanno causato solo quest’anno due
milioni di vittime; l’ultimo test diagnostico risale
al 1800 e occorrono sei mesi per curarla, troppo tempo per
chi ne soffre. Eppure i media ne hanno parlato solo in tre
servizi durante l’arco dell’anno, creando un clima
di eccessivo allarmismo sulla aviaria e facendo investire
miliardi in questa ricerca. I numeri parlano chiari ed esplicitandoli
possiamo creare un effetto di sensibilizzazione dell’opinione
pubblica su questi temi.
Nelson Mandela disse “la mia più
grande aspirazione è che ogni bambino in Africa vada
a scuola perché l’istruzione è la porta
d’ingresso alla libertà, alla democrazia e allo
sviluppo”. Qual è la sua più grande aspirazione?
La capacità di fare e di agire, di muoversi
per il bene comune, senza l’ansia del ricevere e dell’avere
in dono.
Salvo Cagnazzo e Giulia Magliozzi
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