La
prima esperienza poetica originale si ebbe con la “scuola
siciliana”. Questa scuola poetica si affermò
in Sicilia presso la corte di Federico II di Svevia. Non furono
solo siciliani i poeti che ne fecero parte, anzi, in un primo
momento vennero invitati tutti i poeti italiani che nella
prima metà del secolo poetavano sulla scorta dei provenzali,
sforzandosi di elaborare un linguaggio lirico dotto e raffinato.
Fra essi ricordiamo Arrigo Testa, Jacopo Mostacci, Giacomo
Pugliese, Guido e Odo Delle Colonne, Jacopo e Rinaldo D’Aquino,
lo stesso Federico II e il figlio Enzo, il notaio Jacopo da
Lentini (o Giacomo, o Iacopo), Pier Della Vigna, Stefano Protonotaro
ed altri.
Questi poeti scrivevano in un siciliano illustre, cioè
nobilitato dal continuo raffronto con le due lingue per eccellenza:
il latino e il provenzale. I temi della poesia erano la servitù
d’amore, fonte di gioia e dolore, ma a cui l’amato
si sottopone volentieri perché sa che prima o poi otterrà
la ricompensa. Sempre inerente a questo aspetto della poesia
si affronta il tema della lontananza, del rimpianto delle
gioie d’amore perdute.
Storicamente si stava attraversando un momento di grande entusiasmo
intellettuale che investe tutto il secolo. L’aspirazione,
tipica degli intellettuali del Duecento, a un mondo superiore
e raffinato, a un’espressione colta, alla creazione
di un ambiente che non ritrae propriamente la realtà,
ma che la filtra attraverso schemi un po’ statici dell’elaborazione
culturale, trova la sua prima espressione, (anche se imperfetta
perché ancora legata al mondo feudale), nella scuola
poetica siciliana.
Il poeta più coerente di questa scuola è senza
dubbio Jacopo da Lentini, a cui si attribuisce l’invenzione
del sonetto. Vissuto nella prima metà del XIII secolo,
notaio presso la corte di Federico II, sviluppa nel sonetto
il tema della vicenda amorosa, come passione nascente dalla
vista della donna e nutrita nel cuore con l’immaginazione.
La sua poesia si allontana dalla vita degli uomini e dalla
realtà quotidiana. Tutti gli schemi della tradizione
aulica, il servire, il dolore e la gioia dell’amore,
la lode della donna, le analogie che tendono ad un significato
mitologico o simbolico,sono ripresi ed elaborati con squisita
perfezione da Jacopo da Lentini. Per questo appare vicino
agli stilnovisti.
Amor è un desio che ven da core
Amor è un desio che ven da core
Per abundanza de gran plazimento;
e li ogli in prima generan l’amore
e lo core li dà nutricamento.
Ben è alcuna fiata om amatore
senza vedere so ‘namoramento
ma quell’amor che strenze cum furore
da la vista de gli ogli ha nascimento:
chè gli ogli representan a lo core
d’onni cosa che veden, bon’ e ria,
com’è formata naturalemente;
e lo cor, che di zò è concipitore,
imagina, e qual plaze quel desia:
e questo amore regna fra la zente.
“Amor è un desio che ven da core”
di Jacopo da Lentini, è un esempio di sonetto. Il nome
è provenzale, diminutivo di so, suono melodia, nel
senso di poesie per musica, è usato nel ‘200
per testi di vario tipo anche se la forma designata del sonetto
non è però per musica (sebbene possa essere
musicato). È un componimento italiano, nato nella Scuola
Siciliana, probabilmente per invenzione proprio di Jacopo
da Lentini, e poi frequentissimo in tutte le epoche nella
storia della poesia italiana.
Il sonetto normale è composto di quattordici endecasillabi,
ed è diviso in due parti, rispettivamente di otto e
sei versi. La prima parte (fronte, ottava o ottetto) la troviamo
divisa in due quartine, ma all’origine era diviso in
quattro distici. La seconda parte si divide in due terzine.
La prima parte può avere lo schema con rima alternata
ABAB, ABAB (come il sonetto citato sopra) oppure lo schema
con rima incrociata ABBA, ABBA e altri più rari ABBB,
BAAA; ABAB, BABA; ABAB, BAAB. Nelle terzine i due schemi principali
del sonetto antico sono CDE, CDE (come il nostro esempio),
o CDC, DCD. Accanto a questo genere di sonetto di quattordici
versi, ce ne sono molti altri di cui ora non parleremo.
I contenuti delle poesie di quel tempo, la cui caratteristica
più importante è stata l’utilizzazione
del volgare, che non ha nulla di dispregiativo poiché
significa lingua del volgo, del popolo, che si contrappose
alla lingua della cultura: il latino.
I nuovi intellettuali si avvalsero infatti del volgare per
conquistare un nuovo pubblico,
quello formato dagli italiani che il latino, usato per lo
più per scrivere da poeti e scrittori, non lo conoscevano.
La lingua parlata era più semplice e popolare di quella
scritta, e in Italia esistevano diversi volgari, corrispondenti
alle diverse regioni (come i dialetti). Solo nel corso dei
secoli si riconoscerà nella lingua toscana la base
della lingua nazionale.
Profonde trasformazioni della struttura economica, politica
e sociale, stavano avvenendo nel nostro paese nel XIII secolo,
e la produzione letteraria degli intellettuali del Duecento
era influenzata dalla letteratura latina medioevale, da quella
francese e quella provenzale.
Gli studi di retorica per esempio, scritti con uno stile particolarmente
artificioso, derivavano dalla letteratura medioevale, che
rifiutava l’espressione immediata e diretta di un pensiero
o un sentimento, ritenendo necessario una complicata elaborazione
formale. Rappresentanti del XIII secolo della formazione di
una prosa illustre in volgare, sono Buoncompagno Da Signa;
Bene Da Firenze e Guido Faba.
Dalla Francia arrivava invece l’influenza di una letteratura
che esaltava la generosità e il valore, sviluppando
la letteratura dei cicli carolingio e bretone. Il primo era
di genere epico-religioso, esprimeva dedizione verso l’Imperatore
e la fede religiosa, ed esaltava le imprese dei paladini di
Carlo Magno, difensore della Cristianità contro i Saraceni.
Il ciclo bretone invece, narrava le gesta di re Artù
e dei suoi cavalieri, rivelando un carattere di tipo epico-amoroso,
molto diverso dal ciclo carolingio, perché nel suo
centro non vi era la fede e l’amore per la patria, ma
il piacere dell’avventura, il desiderio di gloria e
soprattutto “l’amore”, motivo di ispirazione
della maggior parte dei romanzi del tempo.
Anche la letteratura provenzale, sviluppata nel sud della
Francia, aveva l’amore al suo centro, ma un amore più
galante che passionale, che influenzò tutta la lirica
amorosa italiana, dalla scuola siciliana al “dolce stil
novo” e allo stesso Dante. Ciò è comprensibile
se si pensa che l’Italia veniva raggiunta da uomini
di corte di vario tipo, come i giullari, che potevano essere
dei buffoni o dei veri poeti che recitavano poesie e componevano
liriche diffondendole di terra in terra.
Nella scuola poetica siciliana del Duecento, con lo stesso
Jacopo da Lentini, il tema centrale della poesia è
la servitù d’amore che dà gioia e dolore.
Il tema della lontananza e la sofferenza che essa comporta;
della gelosia; la paura di manifestare il proprio amore o
di perderlo. Temi trattati senza riferimenti di luoghi o di
tempo.
“Meravigliosamente” di Jacopo da Lentini, è
una canzonetta di sette strofe composta da nove settenari
ciascuna, rimati abc, abc, ddc e che racconta lo smarrimento
dell’uomo di fronte alla bellezza della donna:
Meravigliosamente
Meravigliosamente
un amor mi distringe
e mi tene ad ogn’ora.
Com’om che pone mente
in altro exemplo pinge
la simile pintura,
così, bella, facc’eo,
che ‘fra lo core meo
porto la tua figura.
In cor par ch’eo vi porti,
pinta como parete,
e non pare di fore.
O Deo, co’ mi par forte.
Non so se lo sapete,
con’ v’amo di bon core:
ch’eo son sì vergognoso
ca pur vi guardo ascoso
e non vi mostro amore.
Avendo gran disio,
dipinsi una pintura,
bella, voi somigliante,
e quando voi non vio,
guardo ‘n quella figura,
e par ch’eo v’aggia avante:
come quello che crede
salvarsi per sua fede,
ancor non veggia inante.
Al cor m’arde una doglia,
com’om che ten lo foco
a lo suo seno ascoso,
e quando più lo ‘nvoglia,
allora arde più loco
e non po’ stare incluso:
similemente eo ardo
quando pass’e non guardo
a voi, vis’amoroso.
S’eo guardo, quando passo,
inver’ voi, no mi giro,
bella, per risguardare.
Andando, ad ogni passo
getto uno gran sospiro
che facemi ancosciare;
e certo bene ancoscio,
c’a pena mi conoscio
tanto bella mi pare.
Assai v’aggio laudato,
madonna, in tutte parti
di bellezza ch’avete.
Non so se v’è contato
ch’eo lo faccia per arti
che voi pur v’ascondete.
sacciatelo per singa
zo ch’eo non dico a linga,
quando voi mi vedrite.
Canzonetta novella,
va’ canta nova cosa;
lèvati da maitino
davanti a la più bella,
fiore d’ogni amorosa,
bionda più c’auro fino:
“Lo vostro amor, ch’è caro,
donatelo al Notaro
ch’è nato da Lentino”.
La canzonetta è una canzone composta solo da versi
brevi (non più lunghi dell’ottonario) con un
ritmo meno sostenuto e severo della canzone. Insieme al sonetto
e alla canzone, la canzonetta rappresenta un altro metro che
avrà grande fortuna nella storia della nostra poesia.
La canzone è invece una poesia lunga e solenne. Quella
antica venne elaborata nel ‘200 e codificata da Dante
nel “De vulgari eloquentia”, e prende anche il
nome di canzone petrarchesca perché in seguito venne
perfezionata da Francesco Petrarca. È formata da strofe
dette “stanze”, che si ripetono anche cinque volte
con una strofa conclusiva più breve detta congedo.
La stanza è una strofa formata da otto o sei versi
endecasillabi e settenari. Quando prevalgono gli endecasillabi,
la stanza è più solenne.
In questa circostanza prendiamo ad esempio la canzone petrarchesca
le cui stanze, formate da versi di varie misure (endecasillabi
e settenari; endecasillabi e quinari; settenari e quinari),
si dividono in due parti: la fronte e la sirma. La fronte
è a sua volta divisa in due “piedi” e la
sirma in due “volte”. La fronte e la sirma sono
collegate da un verso detto chiave o, secondo la codificazione
di Dante, “diesis”. In totale si tratta di tredici
versi, il cui schema per ciò che riguarda la rima è:
ABC ABC e DEE DFF. Un esempio classico è quello di
“Chiare, fresche e dolci acque” di Francesco Petrarca:
1° piede |
Chiare, fresche e dolci acque |
a - 1° piede + 2° piede = FRONTE |
|
ove le belle membra |
b |
|
pose colei che sola a me par donna; |
C |
2° piede |
gentil ramo, ove piacque, |
a |
|
con sospir mi rimembra, |
b |
|
a lei di fare al bel fianco colonna; |
C |
chiave |
erba e fior che la gonna |
c |
1° volta |
leggiadra ricoverse |
d - 1° volta + 2° volta = SIRMA |
|
co’ l’angelico seno; |
e |
|
aere sacro, sereno, |
e |
2° volta |
ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse |
D |
|
date udienza insieme |
f |
|
a le dolenti mie parole estreme. |
F |
Questa
stessa struttura metrica è osservata in tutte le cinque
stanze della canzone scritta dal Petrarca, e si chiude con
il seguente congedo:
Se tu avessi ornamenti, quant’hai voglia
potresti arditamente
uscir del bosco, e gir in fra la gente.
Un altro esempio di canzone, è quella leopardiana
(ideata da Giacomo Leopardi), che è detta libera perché
è sciolta da ogni legge: le stanze sono di varia lunghezza
e le rime sono collocate con piena libertà del poeta.
È quindi impossibile indicare lo schema metrico della
canzone leopardiana, di cui sono splendidi esempi i canti
intitolati “A Silvia”, “Il sabato del villaggio”,
“La quiete dopo la tempesta”, “Amore e morte”
e altri.
Prima di proseguire, facciamo una breve parentesi sul metro
nella versificazione italiana. La prima cosa da sapere è
che nella metrica italiana due versi sono dello stesso tipo
se hanno lo stesso numero di sillabe. Endecasillabo significa
appunto verso di undici sillabe; settenario, verso di sette
sillabe e così via. Nella lingua italiana le sillabe
sono infatti percepite come se fossero tutte uguali per durata
(isocronismo sillabico). Ad orecchio sentiamo che le parole
“casa”, “mosto”, “tromba”,
sono tre parole lunghe uguali, (formate da due sillabe), anche
se contengono 4, 5, 6 fonemi. Inoltre confrontando “tromba”
con “amico”, si sente che la prima parola è
più breve della seconda (due sillabe contro tre), anche
se “tromba” contiene 6 fonemi e “amico”
5, uno di meno. Consideriamo quindi la sillaba come una unità
ritmica.
All’interno del verso anche gli accenti hanno un ruolo
di primaria importanza, perché in Italia ha prevalso
fin dalle origini l’uso di dare il nome al verso sulla
base dell’uscita piana: perciò se l’ultima
sillaba tonica è la decima (perché l’ultima
parola del verso ha l’accento che cade sulla penultima
sillaba, come “vén-to”), il verso si chiama
endecasillabo ( undici sillabe compresa la sillaba atona finale).
Praticamente si conta sempre una sillaba in più rispetto
alla posizione dell’ultima tonica. Quando il verso è
sdrucciolo, cioè quando l’ultima parola del verso
ha l’accento che cade sulla terzultima sillaba (come
“làm-pa-da”), l’ultima sillaba atona
non si conta (proprio perché se ne conta solo una di
sillaba atona dopo l’accento). Se il verso è
tronco, cioè l’ultima parola del verso ha l’accento
sull’ultima sillaba (come “più”,
“già”…), l’orecchio immagina
che esista un’altra sillaba dopo l’accento e per
questa ragione, quando contiamo ne aggiungiamo una.
Dante è stato il primo a nominare i versi italiani
così come facciamo ancora oggi, e sempre a lui si deve
la distinzione dei versi in “parisillabi” e “imparisillabi”
(versi di numero pari o dispari di sillabe, sulla base dell’uscita
piana). Secondo il suo parere, i versi imparisillabi (ad eccezione
del novenario che viene utilizzato solo dall’800 in
poi, mentre in precedenza compare raramente e forse casualmente),
sono i più adatti per uno stile “elevato”,
mentre sono considerati “rozzi” i versi parisillabi.
Nel suo tempo si usavano quasi esclusivamente gli endecasillabi,
i settenari e talvolta i quinari.
Nella storia della poesia italiana è difficile veder
combinare insieme versi parisillabi con versi imparisillabi,
tranne naturalmente nella versificazione libera dove non ci
si avvale di nessuna di queste norme.
Contare le sillabe tuttavia non è cosa semplice. Per
farlo nel modo giusto bisogna conoscere alcune regole:
- quando la sillaba finale di una parola termina per vocale,
può fondersi con quella iniziale della parola successiva
(se comincia per vocale naturalmente). Questo fenomeno si
chiama “sinalefe”, che significa fusione. Preciso
che la lettera “h” iniziale o finale di una parola
non ha valore di consonante.
- La “dialefe”, che significa separazione, è
il fenomeno opposto della sinalefe: si tratta di una divisione
tra due vocali consecutive (una alla fine di una parola e
l’altra all’inizio della successiva) quando o
la prima o tutte e due sono accentate. L’uso della dialefe
è piuttosto raro a differenza della sinalefe che invece
è frequentissima.
- La “sineresi”, che significa contrazione, avviene
all’interno della parola, quando vocali che dovrebbero
formare due sillabe ne formano invece una sola, come “corteo”.
- La “dieresi”, che significa separazione, è
il fenomeno inverso alla sineresi. Consiste nella divisione
in due sillabe di vocali che nella stessa parola ne formerebbero
una sola (dittongo).
Esempi in fine di verso, per dimostrare come in tutta la tradizione
italiana i versi terminanti in questo modo sono stati usati
come versi piani:
ai: primavera per me non è pur ma(10)i(11) (Canzoniere
9,14)
ea: ch’un dì cacciando sì com’io
sole(10)a(11) (Canz. 23,148)
ei: Amor vien nel bel viso di coste(10)i(11) (Canz. 13,2)
eo: Ché d’Omero degnissima et d’Orphe(10)o(11)
(Canz. 187,9)
ia: Povera et nuda vai philosophi(10)a(11) (Canz. 7,10)
ie : che quasi un bel sereno a mezzo ‘l di(10)e(11)
(Canz.37,44)
io: Sì traviato è ‘l folle mi’ desi(10)o(11)
(Canz. 6,1)
oi: Quando io movo i sospiri a chiamar vo(10)i(11) (Canz.
5,1)
ua: molto tardato da l’usanza su(10)a(11) (Par. XXX
84)
ue: d’abandonarme fu spesso entra du(10)e(11) (Canz.
258,14)
ui: i’ mi rimango in signoria di lu(10)i(11) (Canz.
6,10)
uo: tu mi stillasti, con lo stillar su(10)o(11) (Par. XXV
76)
Esempi all’interno del verso:
ai: ma dentro dove già(6) mai(7) non aggiorna (Canz.
9,7)
ea: di che sperato a(5)vea(6) già lor corona (Canz.
23,44)
ei: ch’i’ vi discovrirò de’(7) mei(8)
martiri (Canz.12, 10)
eo: mentre po(3)teo(4) del suo cader maligno (Canz. 23,59)
ia: et aperta la(5) via(6) per gli occhi al core (Canz. 3,
10)
ie: Ma pur sì(3) a(4)spre(5) vie(6) né sì
selvagge (Canz. 35, 12)
io: non fia ch’almen non giunga al(7) mio(8) dolore
(Canz. 12, 13)
oi: Ma del misero stato ove(8) noi(9) semo (Canz.8, 9)
ua: et l’eloquentia(5) sua(6) vertù qui mostri
(Canz.28,66)
ue: i’ fuggia le(4) tue(5) mani, et per camino (Canz.
69,9)
ui: che vendetta è di(5) lui(6) ch’a ciò
ne mena (Canz. 8, 12)
uo: e’n(1) duo(2) rami mutarsi ambe le braccia! (Canz.
23,49)
La
metrica può sembrare, a molti, un argomento superato
e noioso, ma è interessante vedere come si è
sviluppato il testo poetico nel corso dei secoli e come siamo
arrivati al verso libero. Inoltre la genialità dei
grandi poeti (perché di genialità si tratta,
visto che hanno avuto la capacità di raccontare e trasmettere
emozioni utilizzando anche delle tecniche molto sofisticate),
non si deve dimenticare. Un conto è leggere, per esempio,
il poema allegorico “Amorosa visione” scritto
nel 1342 da Giovanni Boccaccio, facendo attenzione ai contenuti;
un altro conto è leggerlo essendo consapevoli che quei
contenuti sono stati espressi in un poema formato da 50 canti,
cioè 1500 terzine dantesche, le cui iniziali (leggendolo
in verticale) formano 42 versi che compongono 3 sonetti dedicati
a Fiammetta. Tre sonetti in acrostico.
La trovo una cosa geniale, un perfetto incontro di cuore (emozioni)
e mente (la tecnica). So bene che tutte queste regole metriche
noi le dimentichiamo in fretta, ma è normale visto
che non le adoperiamo. Io stessa ringrazio i miei appunti
che rappresentano un’appendice della mia sempre più
distratta memoria, ma le ragioni per cui ne parlo è
semplicemente quello di lasciarsi incantare (proprio come
si fa davanti ad una meravigliosa opera d’arte) scoprendo
le complicate “forme” letterarie create dai nostri
poeti del passato, colme di significati importanti.
Dopo la “canzone”, illustrata brevemente, chiudo
facendo qualche cenno alla “ballata” che in origine
era un canto per danza (Canzone a ballo); da ciò ha
preso il nome. Ignorata dai siciliani, si sviluppa in Italia
nella seconda metà del Duecento nella poesia toscana,
religiosa e amorosa. È un testo formato da un organismo
ritmico piuttosto complesso, composto da una “ripresa”
(il ritornello) e da una o più strofe dette “stanze”.
Le stanze erano cantate da una voce sola, le riprese dai danzatori,
in coro, prima del ballo. Le stanze sono formate da due “mutazioni”
uguali, (due serie di versi dello stesso tipo nello stesso
ordine, rimati variamente, ma in modo da non lasciare versi
senza rima. Ogni mutazione è formata da due, tre o
quattro versi), e una “volta”, quest’ultima
sempre uguale, nel numero dei versi e nella disposizione delle
rime, alla ripresa. Il primo verso della volta rima sempre
con l’ultimo verso della seconda mutazione; l’ultimo
verso della volta rima sempre con l’ultimo verso della
ripresa. I versi usati nella ballata sono endecasillabi, misti
a settenari. La ballata si dice maggiore, mezzana, minore
o piccola, secondo che la ripresa sia composta da quattro,
tre,due o da un solo verso, tutti endecasillabi. Si dice minima
se la ripresa è di un solo verso breve, di solito un
settenario o un ottonario. Si dice “stravagante”
se la ripresa ha più di quattro versi.
Esempio di ballata piccola:
Il mago (Pascoli)
RIPRESA |
Rose al verziere, rondini al verone |
STANZA |
Dice, e l’aria alle sue dolci parole |
1° mutazione |
sibila d’ali, e l’irta siepe fiora. |
2° mutazione |
Altro il savio potrebbe; altro non vuole, |
|
pago se il ciel gli canta e il suol gli odora |
VOLTA |
o biondi capi intreccia sue corone. |
Esempio di ballata maggiore scritta da Dante:
RIPRESA |
Ballata, io vo’ che tu ritrovi Amore, |
|
e con lui vade a madonna davante, |
|
sì che la scusa mia, la qual tu cante, |
|
ragioni poi con lei mio segnore. |
STANZA |
Tu vai, ballata, sì cortesemente |
1° mutazione |
che sanza compagnia |
|
dovresti aver in tutte parti ardire. |
2° mutazione |
Ma se tu vuoli andar sicuramente, |
|
retrova l’Amor pria, |
|
che forse non è bon sanza lui gire. |
VOLTA |
però che quella che ti dee audire, |
|
sì com’io credo, è ver di
me adirata: |
|
se tu di lui fossi accompagnata, |
|
leggermente ti farìa disonore. |
Riferimenti bibliografici
- “Storia della letteratura italiana” di C. Salinari
C. Ricci ed. Laterza. Vol.1
- “Gli strumenti della poesia” di Pietro G. Beltrami
ed. Il Mulino
- “Manuale del giovane poeta” di Andrea Molesini
ed. Mondadori
- “Dizionario grammaticale” DeAgostini
- Per approfondimenti sul tema “Nozioni ed esempi di
metrica italiana” di Raffaele Spongano – ed. Patron
Bologna, 1966.
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