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Origini del giornalismo a Venezia

Massimiliano Goattin

Origini del giornalismo a Venezia: "broglietti" e servizio giornalistico di Stato

Venezia è stata un po’ la patria del giornalismo in Italia. A cominciare da quell’Aldo Manuzio, che nel Cinquecento aveva impiantata proprio nella città lagunare una famosa e rinomata stamperia, credo, per via della sua caratteristica di essere un porto sul mare, aperta più di altre città allo scambio culturale e quindi a esperienze innovative.
Nel Cinquecento, il governo della Serenissima faceva circolare dei quaderni manoscritti, nei quali, come negli avvisi, erano riportate le notizie che potevano maggiormente interessare gli uomini politici. Pare che tale usanza la si possa far risalire al 1536 ma, di tali documenti, il più antico che ci sia pervenuto è del 1555 e si trova al Museo Correr.
Questi quaderni erano redatti da menanti al servizio del governo: una specie di servizio giornalistico di Stato, fatto con lo scopo di tenere gli agenti diplomatici al corrente di avvenimenti e problemi che avevano attinenza con la condotta della Repubblica.
Saranno stati messi, questi notiziari, a disposizione del pubblico, o, magari, saranno stati letti sulla pubblica piazza? E’ presumibile di no. In genere il governo della Serenissima non amava tale forma di pubblicità. Ma già in quest’attività si vede come una politica giornalistica positiva è in atto a Venezia.
Altro servizio giornalistico che troviamo a Venezia già nel Quattrocento è quello dei "broglietti", una specie di piccoli manoscritti nei quali si registravano le notizie raccolte nel "brolo", cioè nella piazza alberata che si trovava davanti al palazzo ducale, dove i patrizi si trovavano prima di tenere seduta in consiglio. Questi broglietti andavano per la città. Naturale che servissero pure ai menanti per compilare i loro avvisi locali.
A Venezia, quindi, oltre a trovare i rudimenti di un servizio giornalistico di Stato, troviamo pure i rudimenti di un servizio giornalistico urbano, che ben si espimerà nelle gazzette. Per quanto concerne il secondo servizio, anzi, Venezia ha una priorità su quasi tutti gli altri centri.

Gazzette e giornali letterari

Gaspare GozziLe gazzette, ovvero i periodici in cui si raccolgono notizie politiche, militari e d’ogni altra specie che possa interessare il pubblico curioso di ogni novità, cominciano ad apparire nel Seicento, anche se avranno il loro massimo periodo di diffusione nel secolo successivo. Pare che la prima gazzetta italiana sia uscita a Firenze, nel 1636. Venezia, invece, ebbe la sua prima gazzetta dieci anni dopo. Un esempio di gazzetta urbana un po’ in anticipo, che in parte si rifà al giornale francese Mercure Galant, si può trovare nella Pallade Veneta, vissuta a Venezia tra il 1687 e il 1688, periodico unico nel suo genere, cui non mancano gli avvisi di pubblicità, le ordinanze delle autorità, le cronache dei teatri.
I principi e i governanti, infatti, sentono il bisogno di coinvolgere nei loro disegni di riformismo moderato tutti i ceti che contano. Per questo motivo, accanto alle gazzette privilegiate possono coabitare fogli meno condizionati dall’ufficialità. In una prima fase sono i detentori del potere ad assegnare alle gazzette un ruolo complementare a quello di dispensare informazioni manipolate; che è quello di organizzare il consenso tra i diversi gruppi che ormai partecipavano all’amministrazione del potere.
Nell’età delle riforme e dei primi sconvolgimenti politici e sociali che segnano la crisi dell’anciem régime, sono le stesse notizie a produrre marcati cambiamenti nell’informazione. Infatti, le notizie delle lotte per l’indipendenza e la libertà e dei conflitti che in vari paesi contrappongono la società civile e i governanti non si possono più nascondere. «Grazie alle gazzette - scrive Matteo Galdi, un giornalista del tempo - nei giornali si incominciò a parlare di politica e a discutere delle verità pericolose per i tiranni». Grande importanza ebbero anche i giornali letterari, il cui primo esempio nasce nella Parigi di Luigi XIV nel 1665: è il Journal des Sçavans (poi des Savants). E’ un ragguaglio settimanale basato sui libri che si pubblicano in Francia e all’estero: ed è un modello che attraversa l’Europa.

In Italia la prima esperienza del giornalismo letterario ed erudito avviene a Roma nel 1668 con il trimestrale Giornale dei letterati. Ma la città dove questo genere di giornalismo trova le condizioni di una grande fioritura è Venezia. Fin dal Rinascimento, con il lavoro di Aldo Manuzio e dei suoi discendenti, Venezia è la capitale dell’arte della stampa. Vari i periodici della città lagunare: il Giornale Veneto de’ Letterati (1671), la Galleria di Minerva (1696), organo di un’accademia di eruditi, fra cui eccelle quell’Apostolo Zeno che avrà non poca importanza nel giornalismo letterario del Settecento. Questi, infatti, insieme a Scipione Maffei e Antonio Vallisnieri, nel 1710 promuoverà una rivista trimestrale, il Giornale de' Letterati d’Italia, che per trent’anni eserciterà una vasta influenza nella repubblica delle lettere.
Rispetto alle gazzette, questo tipo di periodico è frutto di un lavoro articolato tra gli esperti che segnalano libri e gli estensori che scrivono gli articoli. Il contenuto abbraccia molti rami del sapere: la storia, la teologia (anche se in Italia per ora arrivano solo i primi echi della disputa fra i gesuiti e i giansenisti), la scienza e il diritto.
Il primato letterario del giornalismo Venezia lo consolida dopo la metà del Settecento, quando Goldoni furoreggia e tra i ceti colti delle città italiane meno oppresse dall’assolutismo cominciano a penetrare l’influenza dell’illuminismo, quella della massoneria e la lezione del giornalismo culturale di tono morale creato a Londra da Richard Steele e Joseph Addison con il Tatler e lo Spectator. Questi due periodici, soprattutto il secondo, si rivolgono a un pubblico più ampio di quello dei dotti, appartenente alla borghesia colta, e la coinvolgono nei dibattiti culturali attraverso l’uso dei dialoghi creati dal giornalista.
Il primo a tradurre il modello dello Spectator per l’ambiente veneziano è Gaspare Gozzi. La sua Gazzetta Veneta esce nel 1760 due volte la settimana e dura due anni. Gozzi ne riempie da solo le otto paginette con piacevoli raccontini che prendono spesso spunto ad fatti di cronaca e con una corrispondenza con i lettori basata su lettere autentiche o inventate.
Quando la Gazzetta Veneta chiude, è la Frusta Letteraria, il quindicinale di Giuseppe Baretti, a tenere aperto il campo dal 1763 al 1765. Ma le stroncature che il Baretti somministra attraverso il personaggio di Aristarco Scannabue gli procurano l’ostracismo e deve emigrare ad Ancona.
Oltre alla lezione giornalistico-culturale di Addison, ne comincia a circolare in Italia un’altra ben più importante; anzi, rivoluzionaria. E’ la lezione illuministica dell’Enciclopédie di Diderot e D’Alembert, che trova alcuni adepti a Venezia (una figura di spicco è Elisabetta Caminer, ap-partenente a una famiglia di letterati giornalisti), ma soprattutto a Milano.
A raccoglierla e a tradurla in un giornale, Il Caffè (Brescia e poi Milano, dal 1764 al 1766), che resterà il miglior prodotto italiano dell’illuminismo, sono Pietro Verri, suo fratello Alessandro, Cesare Beccaria e altri amici.

Apostolo Zeno e il Giornale de’ Letterati d’Italia

Sappiamo che Apostolo Zeno fece le sue prime prove di giornalista letterario nella Galleria di Minerva, e ne ebbe funzioni parzialmente direttive. Ma non riuscì a dare al periodico un’impronta personale, tanto che, scrivendo il 14 aprile 1703 ad Anton Francesco Marmi, lo definì una "scempiaggine" ed affermò che desiderava che il periodico non era opera sua.
Zeno disse che era necessario che gli italiani «si facessero essi il loro giornale e se ne vendicassero, palesando che il buon senso, la dottrina e l’ingegno non vennero mai tra noi e che ora più che mai fioriscono e s’avvivano». «Onde», ci dice Luigi Piccioni, «il Giornale de’ Letterati d’Italia era mosso soprattutto da un lodevole ed orgoglioso sentimento d’italianità e dal proposito di giovare all’onore, alla gloria ed agli studi italiani».

Il periodico, che ebbe molti collaboratori, s’impose al pubblico uscendo ogni tre mesi. Chiamato Apostolo Zeno, quale poeta cesareo, alla corte di Vienna, nel 1718, la direzione fu assunta dal fratello Pier Caterino, che ridusse la periodicità, facendolo diventare un annuale. Molti periodici andarono dietro al Giornale de’ Letterati d’Italia dello Zeno. Solo per citarne alcuni tra quelli veneziani: Giornale de’ Letterati Oltramontani (1722), Foglietti Letterari (1723), De’ Giornali eruditi d’Europa, Galleria di Minerva riaperta (1724), Biblioteca Universale, Gran Giornale d’Europa (1725), Storia Letteraria d’Europa (1726), Giornale de’ Letterati d’Europa (1727), Novelle della Repubblica letteraria (1729), Giornale de’ Letterati d’Italia (1733), Giornale de’ Letterati d’Italia (1739).

La Gazzetta Veneta di Gaspare Gozzi

Gazzetta Veneta Il giornalismo italiano, nel Settecento, in genere sente l’influsso del giornalismo inglese e di quello francese, più all’avanguardia. Soprattutto per quanto riguarda i giornali letterari che, ricalcando l’esperienza dell’inglese Spectator, non generarono in Italia una fioritura abbondante, ma furono importanti per le stesse caratteristiche. Quelli che mancano in Italia sono i periodici politici d’opinione, che faranno la loro comparsa con la rivoluzione francese.
A Venezia, in particolare, s’era diffuso il gusto di una letteratura non periodica, ma semplice, succosa e curiosa ad un tempo, una letteratura che aveva le caratteristiche dell’articolo di giornale: la letteratura epistolare. Qui le Lettere inglesi del Voltaire e le Lettere persiane del Montesquieu trovarono non pochi traduttori ed imitatori, e portarono la loro influenza nel campo del giornalismo italiano così come i due autori francesi portarono la loro influenza sul giornalismo francese.
Il Tatler, lo Spectator, e i loro ideatori-redattori Steele, Addison e Swift, erano pure conosciuti attraverso traduzioni in francese, ed il leggerli era divenuto consuetudine di moda. A Venezia s’era affermato un foglio manoscritto, la Pallade Veneta (da non confondersi con l’anonimo stampato del Seicento): esempio di gazzetta urbana con notizie minute e pettegole su avvenimenti cittadini con articoli di varietà. A Venezia infine Gaspare Gozzi entrò, per primo fra i giornalisti italiani, nell’orbita dello Spectator, col suo Mondo Morale del 1760.
Nato nel 1713 (morirà poi nel 1786), primo di undici figli, conte con l’eredità di un dissesto finanziario creato dalla natura fantasiosa di suo padre, Gaspare si trovò ben presto a sottoporsi a duro lavoro per vivere.
Datosi all’attività giornalistica, il Mondo Morale è la prima delle sue esperienze di direttore di periodico: si tratta di una pubblicazione settimanale, uscita a Venezia, per una specie di romanzo allegorico prolisso, che una Pellegrina andava narrando ai suoi compagni. Nei vari numeri del settimanale, alla puntata del romanzo erano aggiunte satire, ragionamenti ed altro. Durò poco tempo.
Il Gozzi, infatti, si mise ben presto in altera impresa. Accordatosi con un gruppo di commercianti, il 6 febbraio 1760 iniziò la pubblicazione di un bisettimanale dal titolo Gazzetta Veneta, che usciva il mercoledì ed il sabato. La testata del giornale diceva: «Gazzetta Veneta che contiene tutto quello, ch’è da vendere, da comperare, da darsi a fitto, le cose ricercate, le perdute, le trovate, in Venezia, o fuori di Venezia, il prezzo delle merci, il valore de’ cambi, ed altre notizie, parte dilettevoli, e parte utili al Pubblico».
In questa sua attività il Gozzi aveva avuto un precursore in un certo Giovanni di Memel, che nel 1759 aveva pubblicato una Gazzetta di Venezia che conteneva appunto scritti piacevoli, avvisi economici, notizie ed altro, ma non aveva saputo dare a quel periodico il decoro che il Gozzi seppe dare al suo, e soprattutto non ebbe lo spirito d’osservazione del Gozzi. Tuttavia il bisettimanale del Gozzi aveva un tono meno commerciale di quello preannunciato dalla sua testata.

Con la Gazzetta Veneta si può dire che sia inaugurato in Italia un nuovo tipo di giornale dal quale scompare la pesantezza dell’erudizione, e dove con semplicità e decoro si trovano narrati fatti di cronaca, si trovano novelle, recensioni e, magari, ciance. E vi si trovano pure critiche teatrali, critiche d’arte, polemiche, come quelle tra il Goldoni ed il Chiari.
Sull’esempio inglese, nella Gazzetta si trova anche una collaborazione del pubblico, vera o immaginaria che sia stata, che genera dei "colloqui" fra i lettori ed il redattore. Vi si trovano il listino dei cambi, i prezzi delle merci, il movimento delle navi nel porto, le estrazioni del lotto, gli annunci pubblicitari delle case d’affittare e da vendere, e simili.
L’associazione annua al periodico, pubblicato dall’editore Pietro Marcuzzi, costava uno zecchino, mentre il singolo numero veniva cinque soldi. In fronte al giornale era inciso, sotto il motto Ipse alimento tibi, un orsacchiotto che si succhia la zampa anteriore destra e posa l’altra sul tronco d’un albero, il che voleva significare che la Gazzetta si nutriva delle cose sue proprie e non cercava lontano i suoi alimenti.
Essa aveva l’ufficio a San Polo, presso la calle di ca' Bernardo, porta sola con campanello, e, da principio, cinque recapiti per la vendita e per ricevere gli abbonamenti e le notizie, ed erano il caffè Florian a San Marco, quello sulla riva del vin, quello in campo di Santo Stefano, la libreria Colombani in merceria e la bottega del cartolaio Foccheri in campo San Giovanni in Bragora; ma dopo il secondo numero furono ridotti a due: la libreria Colombani e ed il caffè Florian, ai quali più tardi s’aggiunse un terzo, ovvero la libreria di Gasparo Ronconella giù dal ponte di San Polo.
Esclusa la politica, vi trovavano posto, oltre agli annunzi di ogni genere, la cui pubblicazione si doveva principalmente a "persone interessate", le notizie cittadine, che il Gozzi narra con una festività e con un garbo impareggiabili; le quali notizie, insieme con gli annunci, che gli danno spesso argomento ad osservazioni argute, e i giudizi sulle rappresentazioni teatrali ci fanno meglio conoscere molta parte della vita veneziana di quei giorni.
Secondo l’intenzione dell’estensore il giornale volle dilettare ed educare ad un tempo, e con parabole e dialoghetti si erse pure a censore della gaudente vita cittadina. Volle essere semplice e popolare e ci riuscì, continuando la sua vita fino al 31 gennaio 1761, che è la data del numero CIV, dopo il quale continuò a scriverla, per un anno ancora, l’abate Chiari. Risolta durevolmente nel 1787 col titolo di Gazzetta urbana veneta e compilata da Antonio Piazza, assistette alla caduta della Repubblica.
Da quanto si è detto si capisce come la Gazzetta Veneta non rientri nel ciclo del giornale letterario Spectator, come il Mondo Morale, ma è evidente pure in essa che dell’insegnamento del periodico inglese il Gozzi aveva fatto tesoro.

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